lunedì 31 ottobre 2011

Paura, eh?


Si sappia, io sono una donna coraggiosa. Ipocondriaca al punto da far impallidire Woody Allen, ma coraggiosa. Per capirci, non sono di quelle che quando si ritirano a casa si chiudono dentro con duemila mandate alla serratura, dormo impunemente con la finestra aperta, sono sempre andata in giro da sola anche nel cuore della notte, non temo i ladri. Topi, pipistrelli, serpenti e insetti mi fanno un baffo, anzi il primo animaletto che da bambina chiesi di poter tenere in casa era un verme bello lungo. La vista del sangue mi lascia indifferente. Nel corso della mia vita ho medicato cani, gatti, parenti e accoliti vari con l'efficienza di Florence Nightingale e senza mai perdermi d'animo. C'è solo un luogo dove il terrore s'impossessa impunemente di me senza che io possa fare nulla per contrastarlo: la sala cinematografica.

Naturalmente dipende dal film che proiettano, perché se così non fosse dovrebbero ricoverarmi. Non ho nessun problema con le commedie e neanche con i drammoni, ma basta che il film sia anche solo di un giallo sbiadito per mettermi in allarme. Le mie reazioni poi non sono mai pacate. Mi spavento talmente tanto che urlo, trasalisco, afferro la mano del vicino di posto in cerca di conforto, anche se non lo conosco. Il consorte, nei momenti in cui litighiamo al punto che il divorzio sembra l'unica soluzione, rimpiange di non aver capito fin dalla prima volta che uscimmo insieme che avrebbe fatto meglio a starmi alla larga. Perché, ripensandoci, gli indizi c'erano tutti.

Avevamo programmato una prima uscita che Carrie Bradshow definirebbe da manuale: cinema e cena fuori. Senonché il film che incautamente scelsi, era Le verità nascoste. Per fortuna la sala era quasi vuota perché credo che altrimenti ne saremmo stati banditi a vita. Io, una ragazzona che non finiva più, me ne stavo rannicchiata nella poltroncina (oddio, rannicchiata forse è una parola grossa se si considera che c'entravo a stento) e mi coprivo gli occhi con un lembo della pashmina. Coprivo, scoprivo, guardavo, non guardavo, facevo urletti, sobbalzavo, mormoravo preghiere allo schermo affinché non succedesse la tal cosa e di fianco a me il futuro consorte - che allora non immaginavo nemmeno come futuro fidanzato - mi guardava attonito, desiderando probabilmente di spostarsi in un altro posto, in un'altra fila. Ovunque, purché fosse lontano da me.

Io, che percepivo il suo imbarazzo, cercavo di dominarmi, ma era tutto inutile, e più ci provavo, più mi rendevo ridicola. Nella mia mente si delineava con chiarezza sempre maggiore l'immagine dell'elefante in equilibrio su una sola zampa perché terrorizzato dal topolino, e probabilmente accadeva la stessa cosa anche al futuro consorte, perché d'improvviso cominciò a sganasciarsi dalle risate. Incurante delle immagini che scorrevano sullo schermo, mi guardava e rideva, perché era chiaro che in quel cinema il vero spettacolo lo stessi dando io.

Come unica giustificazione, ho il fatto di aver subìto un tremendo trauma infantile, che non sono riuscita a lasciarmi alle spalle neanche con vent'anni di psicoterapia. Io sono una vittima di Dario Argento. Non so come, non so quando e non so perché - chiaramente ho rimosso la cosa - da bambina guardai Profondo Rosso, e da allora la mia vita non fu più la stessa.  Per almeno un paio di anni, dopo essermi sottoposta all'incauta visione, ho evitato di prendere l'ascensore per paura di rimanere impigliata nelle porte, i quadri appesi alle pareti mi hanno fatto terrorizzare, ho avuto timore anche solo a vedere un tir da lontano, ho detestato l'acqua bollente, i manichini, le bambole e se vedevo una donna con gli occhi bistrati, ero finita.

E non parliamo della musica! Quella canzoncina da far accapponare la pelle, che si presenta come un'innocua nenia per bambini ma poi, con quella improvvisa cadenza d'inganno, ti destabilizza e, dallo zecchino d'oro, ti teletrasporta nell'anticamera del delirio. E per di più tenace, persistente. Uno di quei motivetti che ti entra in testa e non se ne va più; che ti svegli nel cuore della notte e senti il sadico che è in te cantarla ossessivamente, giusto per il piacere di non farti riaddormentare.

Anche quando avevo ricominciato a prendere l'ascensore ed ero ormai diventata abbastanza grande da usare l'eyeliner (nel frattempo eravamo a metà degli anni '80, in piena new wave), la canzoncina continuava a essere il mio tallone d'Achille e chi ne era a conoscenza si divertiva periodicamente a tormentarmi, solo per il gusto di vedermi chiudere gli occhi, tapparmi le orecchie e urlare in preda al panico.

Decisi che ne avevo abbastanza di sentirmi ridicola e vulnerabile solo quando di anni ne avevo 26 e vivevo a Torino, dove seguivo il master in tecniche della narrazione. Una mattina avevo letto sul giornale che alle 23 avrebbero trasmesso il malefico film e avevo capito che quella sarebbe stata la resa dei conti. Per tutto il giorno mi ero caricata in vista della singolar tenzone e la sera ero pronta alla lotta. Dopotutto ormai ero una sceneggiatrice in erba, conoscevo i meccanismi della struttura in tre atti, sapevo a quale minuto ci sarebbe stato il primo colpo di scena,  a quale il secondo... Era solo finzione! Cosa avevo da temere?

Quello che avrei dovuto temere, se solo me ne fossi ricordata, mi fu chiaro fin dai primi minuti della messa in onda. Il film era girato a Torino, la città dove mi ero trasferita. Probabilmente se avessi abitato ancora a Napoli la cosa sarebbe filata liscia, ma visto che invece mi trovavo a Torino, fu un disastro totale globale (come la guerra di War Games). Come potevo rimanere fredda e distaccata? Come potevo razionalizzare quando sapevo che l'assassina si aggirava proprio sotto casa mia? Accanto al bar dove facevo colazione! Dietro l'edicola dove compravo il giornale! Nei pressi della mia scuola! Nello spiazzo dove parcheggiavo l'auto! Nella piazza dove facevo la spesa! Capitemi, come potevo?

Di colpo tornata bambina, vittima delle stesse paure ancestrali di un tempo, desideravo unicamente la mia mamma, il suo conforto. Così le telefonai, fingendomi disinvolta, per una chiacchieratina in notturna, ma lei che - guarda un po'? - mi conosce come fossi sua figlia, ci mise un attimo a smascherarmi e io mi sentii veramente un'idiota.

Ve be',  a volte lottare è inutile, bisogna rassegnarsi. E forse un po' di paura fa perfino bene (però rigorosamente in dose omeopatica). Mi auguro solo che stasera, visto che dolcetti non ne ho, nessuno mi faccia lo scherzetto che più temo e mi canti la famigerata canzoncina. Non conterei troppo sul mio self control.


PANINI ALLA ZUCCA
per 20 panini da mangiare davanti alla tv guardando un horror (che non sia Profondo Rosso)

1 kg di farina 0
700 g di zucca già pulita
100 ml di olio EVO
100 ml di latte
2 cucchiai di zucchero
2 cubetti di lievito di birra
sale
semola di grano duro

Per prima cosa sciogliere in una ciotolina il lievito di birra con lo zucchero, coprire e lasciare fermentare per un quarto d'ora. Quando la superficie si sarà ricoperta di tante belle bollicine, aggiungervi 3 o 4 cucchiai di farina e altrettanta acqua tiepida, formare una pastella liscia mescolando con una forchetta, coprire di nuovo e lasciar lievitare per 40 minuti. Nel frattempo ci si può occupare della zucca che va cotta a vapore fin quando non sarà morbida ma non sfatta. A cottura ultimata, la zucca va schiacciata con una forchetta e messa a colare in uno chinoise, affinché perda gran parte dell'acqua. Quando saranno passati i fatidici 40 minuti, si può finalmente cominciare la lavorazione vera e propria mettendo nell'impastatrice la zucca schiacciata, l'olio, il latte e la pastella ormai lievitata. Avviare l'impastatrice (o rimboccarsi le maniche se si impasta a mano) e aggiungere lentamente al composto iniziale la farina e infine il sale (se si impasta a mano il processo è inverso: si comincia facendo la fontana con la farina e poi si aggiunge tutto il resto). Quando tutto sarà perfettamente mescolato, e il composto sarà nuovamente liscio e omogeneo, spegnere l'impastatrice, coprire la ciotola con un telo e lasciar lievitare per due ore. Nell'attesa, fate ciò che più vi aggrada e poi, ritemprati da queste due ore di svago, affrontate la penultima fase della lavorazione. Tirate via l'impasto dalla ciotola e "sgonfiatelo" con delicatezza, lavorandolo sulla spianatoia e aiutandovi con della semola per non farlo appiccicare. Strozzandone un'estremità fra il pollice e l'indice della mano destra (o sinistra, se siete mancini), formate delle palline che sistemerete su una teglia rivestita di carta forno. Per fini puramente estetici, potete munirvi di un filo di nylon e praticare su ogni pallina delle incisioni incrociate, per formare una specie di asterisco che simuli le scanalature della zucca. Spolverate con la semola, coprite con un canovaccio, e fate lievitare per altre due ore. Preriscaldate il forno a 200°, avendo cura di inserire sul fondo una teglia con dell'acqua, e infornare i panini per 25 minuti. Mangiare tiepidi, farciti con una buona soppressata che contrasti piacevolmente con la loro dolcezza.



E mi raccomando, fate sogni d'oro!

8 commenti:

  1. 恭喜你的博客!美麗!

    RispondiElimina
  2. Io, bisogna proprio riveda la Bambola assassina: vista di nascosto a casa di vattela pesca chi ed immediatamente diventata un maschiaccio tutta lego e piccolo meccano °__°
    ps: ammappete gli ideogrammi :D

    RispondiElimina
  3. @Reb: io La Bambola assassina fortunatamente non l'ho vista ma, come ben sai, monto e smonto qualunque cosa lo stesso. Belli gli ideogrammi, vero? È il mio contatto dalla Cina :-P

    RispondiElimina
  4. Quei paninetti erano come dolci di zucca che si scioglievano in bocca altro che scherzetto! Beautiful... W Aluin e W Penih!!

    RispondiElimina
  5. ahahahahahah! ancora rido! mi ricordo quando mi hai raccontato di questa cosa di profondo Rosso e della tua casa dietro la piazza del primo delitto! Ah!

    RispondiElimina
  6. @Circe: non perdo mai l'occasione di rendermi ridicola. Eppure lo so bene che perseverare è diabolico!

    RispondiElimina
  7. carla celestino2 novembre 2011 23:54

    che meraviglia quei panini....gustati qualche giorno fa per "aluin".....
    con quello splendido formaggio di gigi e il capicollo di fiore.....
    mmm.....
    ma si è sentita la mancanza della vellutata....
    la prossima volta la voglio nella tazzina di caffé!!
    PS marooo le verità nascoste....che paura....l'ho visto da sola al cine...

    RispondiElimina
  8. mooi !!!!!! Ek rol van die lag!

    RispondiElimina