sabato 14 dicembre 2013

Un ca-popò-popò-popò-lavoro!


Ho visto cose, in tv, che voi umani non potreste neanche immaginare (o che forse, purtroppo, immaginate benissimo). Ho visto talent-show per aspiranti cuochi che negli anni si sono moltiplicati diventando sempre più specifici: dalla cucina in generale alla pasticceria, poi ai dolci da forno, ai cupcake, alla cucina etnica, perfino ai prodotti confezionati da vendere nei supermercati.

Ho visto talent per cantanti, ballerini e saltimbanchi, per parrucchieri, per toelettatori per cani, per tatuatori, per stilisti, per truccatori, per impresari edili, per pretese top model, per stylist, per decoratori, per arredatori d'interni.

Ho visto talmente tanti programmi, spesso talmente tanto brutti, da avere ormai il pelo sullo stomaco. O almeno così pensavo prima di imbattermi in Masterpiece.

Se non sapete di cosa stia parlando vado subito a illuminarvi. Masterpiece è il nuovo talent firmato RAI3, che vede una serie di aspiranti scrittori impegnati a gareggiare fra loro per ottenere un contratto con la Bompiani, che prevede la pubblicazione del capolavoro vincente in una tiratura di 100.000 copie.

A giudicare i testi c'è una giuria composta da Giancarlo De Cataldo, Taye Selasi e Andrea De Carlo, mentre un coach, Massimo Coppola, intrattiene i concorrenti prima che incontrino i giudici e li accompagna nelle prove esterne.

Per il momento sono state trasmesse tre puntate (la prossima andrà in onda domenica 15 dicembre alle 22.50) e siamo ancora nella prima fase del programma, quella legata alla selezione dei concorrenti che poi parteciperanno alla competizione vera e propria. Per capirci diciamo che siamo alle eliminatorie, va'.

In ogni puntata vengono quindi presentati dieci aspiranti scrittori che abbiano già un romanzo nel cassetto, viene chiesto loro di leggerne un brano significativo, segue poi breve colloquio con la giuria, et voilà, su queste basi vengono eliminati i primi sei concorrenti. 

I quattro che rimangono partecipano a questo punto a quella che viene chiamata prova immersiva. Fondamentalmente si tratta di un'esterna che li vede coinvolti in un evento - che sia un tipico (!) matrimonio napoletano, una partita di calcio fra non vedenti, il soggiorno in un convento di clausura o un concorso per culturisti - di cui dovranno poi scrivere una volta tornati in studio, tirandone fuori un racconto in mezz'ora di tempo.

I due che superano questa prova accedono al test finale, ovvero l'elevator pitch. Ogni concorrente ha cinquantanove secondi, il tempo che l'ascensore della Mole Antonelliana raggiunga la sommità della cupola, per raccontare in modo esaustivo e accattivante il suo romanzo a uno scrittore famoso, guest star della puntata.

Il concorrente che supera tutte le prove passa alla fase successiva del programma, di cui al momento nulla è dato di sapere.

Si potrebbe pensare che io sia prevenuta per quella sorta di snobismo che contraddistingue la maggior parte dei lettori accaniti o, ancor di più, coloro che della scrittura hanno fatto una professione, ma vi garantisco che non è così. 

Sono convinta che si possa imparare a scrivere al punto che io stessa ho frequentato - ormai vent'anni fa - il master in tecniche della narrazione della Scuola Holden, a Torino. La scrittura, come ogni altra disciplina artistica e non, ha delle sue regole ben precise, dei trucchi del mestiere, che vengono agevolmente insegnati e facilmente imparati, sempre che si sia poi portati per la materia, che si abbia una predisposizione naturale. Non si può fare uno scrittore di chi non abbia un minimo di vocazione così come non si può fare un cantante di chi sia completamente stonato.

Allora qual è il problema di Masterpiece? Ci arrivo subito. Masterpiece è inesorabilmente noioso. Che questo rischio ci fosse devono averlo intuito anche gli autori che infatti cercano di distogliere l'attenzione dai romanzi proposti spostandola piuttosto sui concorrenti, scelti con gli stessi criteri di qualsiasi altro talent.

Ci sono perciò il tipo strambo, la signora âgée, il presuntuoso, e naturalmente quello con le stigmate del vincitore, immediatamente riconoscibile. Ci si sofferma molto sui confessionali, sui commenti frustrati dei concorrenti che non passano la selezione, sugli apprezzamenti - francamente irritanti - che i partecipanti del sesso forte fanno sulla bellezza di Taye Selasi.

Dei romanzi si capisce poco o niente, a stento se ne comprende il tema, perché quello che viene mostrato del primo colloquio con i giudici è un montaggio frammentario e gioco forza parziale, in cui prevalgono i momenti di tensione, i commenti sprezzanti della giuria, quelli risentiti dei concorrenti. 

Il tutto si conclude con la formula ormai logora con cui si procede all'eliminazione dei concorrenti in ogni talent: tizio, mi dispiace ma il tuo percorso a Masterpiece termina qui. Possibile che in un talent incentrato proprio sulla parola scritta non si sia stati capaci di scegliere parole diverse, di inventare una chiosa nuova?

Le prove immersive sono poi grottesche, una sorta di docu-fiction girata male, e vengono vissute dai concorrenti come se fossero esperienze illuminanti, cosa che annoia e irrita ancora di più. Ma il momento più clamoroso della trasmissione, quello che rivela fino in fondo quanto sia debole e poco televisiva l'idea che sottende l'intero format, è quello della prova scritta. 

Mezz'ora che viene condensata in pochi minuti scanditi da una musica incalzante in cui i quattro concorrenti siedono a quattro postazioni dotate di un computer sul cui schermo le parole si formano con caratteri enormi, per dar modo al telespettatore di leggere qualcosa, di sentirsi almeno in parte coinvolto.

Insomma, diciamo la verità, non c'è nulla di spettacolare nella scrittura. Ci hanno provato, si sono anche messi di impegno per movimentare il programma, ma vedere uno che se ne sta seduto al computer, che magari si trastulla con un videogioco in attesa che gli venga un'idea, che batte furiosamente sui tasti per poi cancellare tutto, non è la stessa cosa di vedere uno che non riesce a montare una meringa, si dispera, ma poi ci riprova e fa una pavlova perfetta, o un altro che in mezza giornata confeziona un abito da sera. 

E adesso scappo perché il consorte mi reclama a gran voce.
- Bene, ma stai ancora davanti a 'sto computer? E che palle!
Ecco, che vi avevo detto?


Madeleine
per uno stampo da 12

2 uova codice 0
110 g di zucchero
un pizzico di sale
100 g di burro sciolto a bagnomaria
la buccia grattugiata di un limone
120 g di farina 0
mezzo cucchiaino da caffè di lievito per dolci

Per molto tempo, mi sono coricato presto la sera. 
Così Natalia Ginzburg traduce uno degli incipit più famosi della storia della letteratura, quello de La strada di Swann, primo dei sette volumi che compongono Alla ricerca del tempo perduto, l'opera più famosa di Marcel Proust. Non si può parlare di scrittura senza pensare alla monumentale opera di Proust, così come non si  può parlare di Proust senza pensare alle madeleine.

Prepararle è più semplice di quanto si possa pensare, anche grazie alla ricetta perfettamente collaudata di Daniela Acquadro

Con l'ausilio di una frusta elettrica, montate le uova con lo zucchero e il pizzico di sale. Quando saranno diventate gonfie e chiare, unite il burro fuso (ma a temperatura ambiente) a filo, come se volesse fare una maionese. Una volta inglobato tutto il burro, unite la buccia di limone grattugiata (o, se volete, dell'essenza di mandorla amara), la farina e il lievito (setacciati, mi raccomando), mescolando dal basso verso l'alto.

Imburrate bene lo stampo da madeleine, sistemateci il composto in modo che sia a filo con il bordo e mettete tutto in frigo per una notte intera. Il giorno dopo preriscaldate il forno alla massima temperatura scegliendo l'opzione per la cottura statica, infornate le madeleine per cinque minuti, quindi abbassate a 180° e cuocete altri cinque minuti. 

Sfornate le madeleine e fatele raffreddare su una gratella, quindi assaporatele lentamente, magari leggendo un bel libro.

13 commenti:

  1. Non so se preferisco la recensione al programma, la scatola Kusmi, la ricetta o la citazione proustiana... nell'incertezza, ti dico che è tutto grandioso!!!

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    1. Grazie, Dani. Ti dirò, io personalmente preferisco la ricetta. Garantisco che queste madeleine sono indimenticabili!

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  2. Grazie Benedetta. B

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  3. Ps: scrivi un po di piu! B

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    1. Va bene, ci provo.
      (Questo commento austero è fra quelli che mi hanno più commosso da quando ho aperto il blog. Grazie)

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  4. Mi sono rifiutata di vedere il talent perché amando la lettura sapevo come sarebbe finita vista la necessità di spettacolarizzare tutto quello che viene trasmesso in TV altrimenti il programma viene chiuso. Apprezzo ancora di più la tua recensione, conoscendo la tua professione hai un punto di vista professionale rispetto a quello che potrei avere io. Ma perché tutto in televisione deve essere trasformato in gara? Si trasmette l'illusione che tutto deve essere fatto di fretta quando invece l'arte prevede tempi lunghi di riflessione, di errori, di tentativi e anni di esperienza prima di poter trovare la propria forma. Davvero una tristezza e l'ennesima buona occasione sprecata. Grazie Benedetta (PS: il tè Kusmi lo conosco bene e lo trovo davvero notevole...)

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    1. Da dove cominciamo? Il discorso è davvero lungo e complesso. Purtroppo sono ormai decenni che la televisione ha perso la sua vocazione divulgativa che invece prima occupava tanta parte del palinsesto. Ormai la televisione funziona un po' come il calcio: tutto gira talmente tanto intorno al danaro che lo sport (o la qualità dei programmi) diventa una questione accessoria. Riconosco che comunque i talent sono meglio dei reality dove a qualsiasi tipo belloccio, qualunque maggiorata, venivano aperte le porte di una carriera televisiva senza che avessero nessun talento, ma convengo che la competizione sfrenata, le continue umiliazioni a cui vengono sottoposti i concorrenti, rendono questi programmi dei colossali buchi della serratura per voyeur più che dei palcoscenici su cui mettere in luce giovani astri nascenti. Parla di questo fenomeno anche nel post su Masterchef, ma adesso voglio citare invece l'unico esempio di talent virtuoso, che vale la pena guardare. Si tratta di Masterchef Australia, molto più complesso e articolato delle versioni mandate in onda nelle altre nazioni. Qui il concorrente compie un vero percorso di apprendimento che viene in gran parte mostrato (non a caso le puntate sono circa 60), gareggia in avvincenti testa a testa con chef stellati, partecipa a masterclass formative. Il tutto senza mai che qualcuno alzi la voce, senza stoviglie rotte, senza cibo buttato via, senza cibo sputato, senza insulti, senza mortificazioni. Un programma che ti fa amare la cucina, non il sadismo o la competizione. Chapeau.

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    2. E' il principio del gareggiare che stona. Siamo sempre e solo in competizione, gli uni verso gli altri. E quella maledetta fretta che attanaglia il nostro tempo, si corre per non andare da nessuna parte (dice Osho). Concordo sulla preferenza data ai talent rispetto ai reality, tuttavia ogni cosa deve essere sempre più spettacolarizzata e il film Truman Show non è altro che un 'dopodomani' che si avvicina. Masterchef Australia non l'ho mai visto, non ho Sky e forse non arriverà neppure in chiaro. Proverò a cercare qualche puntata in rete. Un abbraccio

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  5. Ciao,
    sicuramente molto più interessante il tuo post di una qualsiasi puntata del fiasco televisivo firmato Rai. Sono sincero: non ho mai sopportato i reality di alcun genere ma, per spirito d'osservazione, una puntata provo a vederla quasi sempre.
    Ieri è stato il turno di Masterpiece - o mio Dio, già il nome... - ma non sono riuscito a spingermi più in là di 5 minuti. Ho quindi spento la TV, aperto un un buon libro e recuperato una domenica sera iniziata male.
    P.S. Complimenti per il blog. Mi iscrivo al feed.

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    1. Grazie mille, Andrea. Il titolo fa rabbrividire anche me, ma ne comprendo anche la logica. Si allude a Masterchef - dando così un'immediata riconoscibilità al tipo di programma - ma si mantiene una stretta attinenza all'argomento trattato. Rimane un titolo estremamente presuntuoso, e la cosa infastidisce.
      P.S.: ti sei iscritto al feed, sei diventato MIPIACISTA della pagina facebook... adesso non ti rimane che chiedermi l'amicizia!

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  6. bella impostazione. visito questo blog per la prima volta. complimenti. il cibo, a mio avviso, è narrazione. la storia, prima della ricetta, trovo si un gran valore aggiunto.

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    1. Diciamo la verità, c'è in giro gente che spignatta molto di più e molto meglio di quanto non faccia io (che poi di mio dovrei stare anche a dieta) e che fa fotografie spettacolari mentre io invece mi limito a scattare con il mio iPhone sul pouf del soggiorno.
      Per avere un po' di lettori l'unica era mettermi a scrivere...
      Grazie dei complimenti, Fendinebbia. E complimenti a te per il nick.

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  7. ahahahahaha sei un mito! ho iniziato a leggere il tuo post e ti assicuro... non ho il coraggio di andare a vedere se hai recensito un talent a cui ho partecipato... preferisco non sapere, anche perchè avresti comunque ragione!
    un bacio... ah.. le madeleines hanno l'oro in bocca ;-)

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