giovedì 26 gennaio 2012

Enciclopedia

 
Già qualche anno prima che Gianni Morandi, accogliendo senza alcuna esitazione nella propria roulotte il gufo con gli occhiali, la lepre in tuta rossa, il canarino ferito, il ghiro dormiglione, il topo campagnolo, il picchio col martello e il grillo chiacchierone, mandasse in crisi un'intera generazione di genitori che non avevano intenzione di fare altrettanto, io avevo cominciato ad assillare i miei con un'unica domanda ricorrente: "lo posso tenere?".

In mancanza della varietà offerta da un bosco, mi affezionavo tenacemente a qualsiasi creatura trovassi nella terrazza di mia nonna. Che si trattasse di un onisco, di un piccione moribondo, di una lumachina o di una coccinella, una volta che erano entrati a far parte della mia vita non volevo più separarmene.

Naturalmente mia madre non mi ha mai permesso di tenere con me un verme cicciotto come animale da compagnia, però io non ho desistito e, a testimonianza del fatto che chi la dura la vince, quando cominciai a portare a casa cuccioli di specie un po' più ortodosse, come gatti e cani, era talmente estenuata da non riuscire a opporsi ulteriormente.

La mia infanzia e la mia adolescenza sono quindi state spese in una sorta di zoo domestico dove cani e gatti, a ondate varie, hanno sempre convissuto amenamente e con piacere reciproco e a me, col tempo, è cominciato a sembrare strano che potessero esserci famiglie che non avessero almeno un pesciolino rosso.

Quando io e il consorte ci siamo conosciuti, la situazione in casa era la seguente: il capobranco era Il Ciuli (in origine Pechino poi diventato Micio, poi Miciulino, poi Ciulino e quindi Il Ciuli), splendido persiano rosso che io e mio fratello avevamo regalato ai nostri genitori per il loro venticinquesimo anniversario di matrimonio, che passava dieci mesi all'anno a dormire, mangiare e fare poco altro, per poi scatenarsi nei due mesi di villeggiatura estiva a Roccaraso. Allora, ricordandosi di essere un gatto, pretendeva di uscire la notte a caccia e non si ritirava mai prima dell'alba, entrando con destrezza dal finestrino socchiuso del bagno.

Poi c'era (è c'è ancora) Suerte, recuperata con tutta la cucciolata di notte, nel bel mezzo della carreggiata della statale che passa da Vastogirardi. Rischiammo di investirli tutti, quei cuccioletti, perché erano addossati gli uni agli altri per cercare di farsi calore e formavano un mucchio indistinto, come di stracci vecchi, al centro della strada. Solo all'ultimo momento io mi accorsi che erano cani, e costrinsi papà a schiacciare con forza il pedale del freno.

Di tutta la cucciolata, che fu accolta da famiglie amorevoli e selezionatissime, decisi di tenere con me un maschio che chiamai Fidel salvo poi scoprire, alla prima visita dal veterinario, che non si trattava affatto di un maschio. Fidel si trasformò in Suerte, un po' perché oramai si era inaugurato un filone spagnolo, un po' perché la cagnola era stata davvero fortunata.

Infine, seppure con qualche anno di ritardo, Fidel arrivò davvero. Uno scugnizzo napoletano che si gettò davanti alla mia auto mentre io e le due gravide stavamo andando al corso di critica cinematografica. Fortunatamente Fidel - il cucciolo più bello che io abbia mai visto, da cui la vergognosa filastrocca cantata per farlo divertire "piccolo Fidel, tu sei un cane bel" - era così piccolo da passare indenne sotto l'auto, mentre io invece rischiai l'infarto.

La prima volta che, approfittando di una provvidenziale partenza dei miei, il consorte s'intrattenne piacevolmente con me fino a tarda notte, fu poi costretto a tornarsene a casa senza mutande e senza calzini (ed era dicembre) perché, mentre noi eravamo in altre faccende affaccendati, Fidel li aveva ridotti in coriandoli. Da qualche parte sul polpaccio poi, il poveretto deve avere ancora il segno dei denti di Suerte, che non gradì affatto cedergli il proprio posto sul letto.

Con queste premesse, quando un paio di settimane dopo il consorte mi chiese di andare a vivere con lui, temetti di trovarmi di fronte al più classico degli aut aut: o me o i cani. Lui però - conquistandomi definitivamente - chiarì subito che la mia prole sarebbe venuta con noi. Non si separa una mamma dai suoi pargoli!

Da allora sono passati undici anni e la famiglia si è ulteriormente allargata quando, a marzo del 2002, accogliemmo in casa Pilar, una cockerina tricolore che sembrava uscita dritta dritta da un'illustrazione di Norman Rockwell, e che ci decidemmo a comprare dopo averla vista per quasi una settimana in un negozio che vendeva cibo per animali, chiusa in una gabbietta adatta forse a un coniglietto d'angora, dove non riusciva neanche a stare in piedi.

Con l'arrivo di Pilar, diventata poi il folle amore del consorte, finalmente raggiungemmo l'equilibrio perfetto. Infatti se Suerte - languida e meditabonda, schiava della sindrome abbandonica e poco incline ai giochi - mal aveva tollerato l'arrivo di Fidel - scatenato, incline alla fuga, socievole, giocherellone -, Pilar trovò in lui il compagno ideale. I due scherzavano, si rincorrevano, si contendevano i giocattoli, e finalmente la tristanzuola Suerte veniva lasciata in pace, libera di struggersi in solitudine.

Nonostante i nostri amici con figli, che tanto tempo dedicano a educarli, nutrirli e intrattenerli, spesso si stupiscano di quanta dedizione e quanta pazienza richieda la cura dei nostri tre cani e si domandino chi mai ce l'abbia fatto fare, io - noi - non mi sono mai pentita di averli accolti. Non ho problemi ad ammettere di provare nei confronti degli animali una tenerezza che non ho mai provato nei confronti degli esseri umani.

E poi, volendo buttarla sullo scherzo (ma in fondo neanche tanto), a differenza dei figli i cani non ti danno rispostacce, non vogliono il motorino, non si drogano, non eccedono con l'alcol, non finiscono in brutti giri e, soprattutto, ti amano di un amore incondizionato che mai verrà messo in discussione.

Vi sembra poco?



SPAGHETTI WITH MEATBALLS
(per due persone a da mangiare rigorosamente nello stesso piatto)

200 g di manzo macinato
2 cucchiai di parmigiano grattugiato
1 uovo
1 pugnetto di mollica di pane bagnata nel latte e strizzata
140 g di concentrato di pomodoro
160 g di spaghetti
un bel po' di basilico (e guai a chi parla di stagionalità, ho la piantina viva e vegeta sul davanzale!)
sale, pepe, una zolletta di zucchero, olio EVO

Lo so, avete ragione, questa è una ricetta raccapricciante per chiunque abbia un po' d'amore per la cucina italiana. Se ripenso alle scenate che, in Big Night, Primo fa ai clienti del suo ristorante italiano ogni volta che gli chiedono questo piatto, quasi mi vergogno di averlo preparato.

A mia discolpa, posso dire di non aver mai neanche letto la ricetta degli spaghetti with meatballs e di essermi invece limitata ad assecondare i desideri del consorte che, ogni volta che preparo le polpette cotte nel sugo, sostiene che la salsa sia talmente deliziosa da essere sprecata per azzupparci semplicemente il pane e che sarebbe meraviglioso condirci la pasta.

Inoltre in questo post si parla di cani, e non è molto più romantico pensarli intenti a mangiare un bel piatto di spaghetti come in Lilli e il Vagabondo (soprattuto considerando che Pilar e Fidel li ricordano un bel po') piuttosto che proporre l'ennesima ricetta di biscotti per cani?

Bene, ora che mi sento assolta, procediamo! Sistemate in una ciotola la carne, la mollica di pane, il parmigiano e l'uovo. Condite con sale e pepe, aggiungete le foglie di basilico spezzettate e impastate per bene e a lungo, fin quando tutti gli ingredienti saranno amalgamati.


Formate quindi delle polpette della grandezza di una pallina da golf (se non giocate a golf andatevene per un'idea, come d'altronde faccio io), e rosolatele in un tegame capiente con due o tre cucchiai d'olio.


Quando saranno ben dorate, spostatele in un piatto e versate nel tegame il concentrato di pomodoro che stempererete con abbondante acqua calda (almeno mezzo litro). Aggiungete qualche foglia di basilico, un po' di sale, una zolletta di zucchero e immergetevi le polpette.


Fate cuocere a fuoco bassissimo e a lungo. La salsa deve peppiare - cioè brontolare, sobollire appena - fin quando non si sarà ridotta della metà.


A questo punto lessate gli spaghetti, mantecateli bene con la salsa, aggiungete un paio di polpette a persona, condite con un po' di parmigiano grattugiato e servite.


Gustateli a lume di candela e se volete qualcuno che vi canti "Dolce sognar"... beh, fatemi uno squillo!

venerdì 13 gennaio 2012

Il delitto è servito


Mostrando fin da bambina la mia natura a dir poco originale, a dieci anni inaugurai la stagione degli amori impossibili facendomi venire il batticuore per Jim Hutton. Per tutta la settimana aspettavo trepidante che arrivasse il mercoledì sera e allora non ce n'era per nessuno, il monopolio della tv era mio e l'unico programma che fosse consentito guardare (non che all'epoca ci fosse tutta questa scelta) era Ellery Queen. 

Adoravo quello scrittore di gialli deliziosamente distratto e trasandato, ma imbattibile quando c'era da risolvere un caso, che nonostante fosse già bello cresciutello viveva con suo padre, ispettore di polizia, nella New York degli anni '40. Le donne impazzivano per quel suo sembrare sempre fra le nuvole, per le sue giacche di tweed sempre un po' stazzonate, per il suo essere cronicamente disordinato, e io - bambina ingenua che ancora nulla sapeva di quali uomini sarebbe stato meglio evitare - mi struggevo dal desiderio di trovare, una volta diventata grande, un fidanzato che avesse lo stesso fascino un po' délabré del mio amato Ellery.

Immagino sia stato a causa poi di una specie di imprinting distorto che, traumatizzata dalla notizia che proprio mentre io fantasticavo su di lui il povero Jim Hutton era bello che morto, trasferii l'amore che provavo per Ellery alla più generica categoria degli investigatori.

Passando dalla tv ai libri, trascorsi un'estate piovosa che annoiò a morte mio fratello e i miei cugini, divertendomi moltissimo a leggere tutti i romanzi di Agatha Christie che avevano come protagonista Hercule Poirot. Andavo in visibilio per i suoi baffetti, la sua testa a forma d'uovo, le sue tisane, le sue celluline grigie e soprattutto il suo fare snob di belga che odia essere scambiato per francese e guarda alla cucina inglese con sano scetticismo.

A questi due primi amori in seguito, nel tempo, se ne sono aggiunti tanti: Sherlock Holmes, Maigret, Nero Wolfe, Philip Marlowe, Pepe Carvalho, Grazia Negro, Kay Scarpetta, Jean-Baptiste Adamsberg, Precius Ramotswe, Kurt Wallander, Petra Delicado, Lincoln Rhyme, l'avvocato Guerrieri, solo per citarne alcuni.

L'ultimo arrivato - ma soltanto in ordine cronologico - è Yashim l'eunuco, nato dalla fantastica penna di Jason Goodwin, uno storico inglese che, prima di darsi ai gialli, ha scritto una storia del tè (c'è da adorarlo solo per questo), un resoconto del suo viaggio a piedi verso il Corno d'Oro, e una storia dell'impero bizantino.

I motivi per amare i romanzi di cui Yashim è protagonista sono molti, a partire dall'ambientazione. Yashim compie infatti le sue gesta nella Istanbul della prima metà dell'ottocento, metropoli cosmopolita per eccellenza ma capitale di un impero già inesorabilmente al tramonto.

Yashim ne è consapevole e si strugge in silenzio opponendo però una tenace resistenza ai cambiamenti che la modernità impone - è l'epoca in cui il turbante ha lasciato il posto al fez, la tunica alla marsina e le babucce a calze di lana e stivaletti allacciati - ben sapendo che nel mondo che si affaccia all'orizzonte non ci sarà più posto per lui, eunuco di corte a cui il Pascià ha consentito di vivere al di fuori delle mura dell'harem.

Yashim è talmente discreto da passare inosservato, è perspicace, agile, persuasivo, cauto. Ama la letteratura francese - nel primo libro che lo vede protagonista, L'albero dei giannizzeri, è introdotto al lettore mentre è immerso a tal punto nella lettura di Le relazioni pericolose da conversare idealmente con la marchesa di Merteuil -, conosce e parla correntemente un bel po' di lingue straniere, adora cucinare (come del resto molti suoi colleghi detective).

Così come Poirot si accompagna ad Hastings, Sherlock Holmes a Watson, Nero Wolfe a Archie Goodwin (nomen omen!), Kay Scarpetta a Marino e via dicendo, anche Yashim ha un fedele compagno di avventure in Stanislaw Palewski, ambasciatore imperiale polacco presso la Sublime Porta. 

Se il mondo di Yashim volge al tramonto, quello di Palewski è bello che estinto e forse è proprio per questo che i due formano una coppia perfetta. La Polonia infatti non esiste più, cancellata dalla carta geografica per opera di Russi, Prussiani e Austriaci, e a Palewski gli ottomani concedono di mantenere il titolo di ambasciatore, la residenza e versano perfino un piccolo stipendio solo perché la magnanimità verso l'antico nemico è indice della grandezza di un impero.

Palewski, dignitosissimo nella sua redingote lisa il cui nero ha ormai da tempo smesso di splendere assumendo una sfumatura verdastra, passa le giornate traducendo opere letterarie che mai verranno pubblicate e dando fondo alla scorta di liquori dell'ambasciata, accampato nell'unica stanza della magione che sia ancora abitabile. Coltissimo, e per questo spesso consultato, è stralunato e languido per quanto Yashim è attento e pratico.

Ma entrambi, seppur così diversi, contemplando la riva di Pera, dove un tempo sorgeva un grande platano sdradicato per costruire il ponte che unirà la parte asiatica e antica della città a quella internazionale, moderna e commerciale, soffrono con la stessa intensità per l'inesorabile avanzare del brutto a spazzare via tanta bellezza dalle loro vite.

Jason Goodwin
L'albero dei giannizzeri
Il serpente di pietra
Il ritratto Bellini
L'occhio del diavolo
Einaudi


RISO ALLA GRECA
Per una quindicina di persone

3 zucchine
3 melanzane
3 peperoni
3 cipolle
3 pugnetti di uva passa
1 kg di riso
olio di semi di arachide
sale

Ora, direte voi, cosa c'entra il riso alla greca con una serie di romanzi ambientati a Istanbul? Niente. Forse sarebbe stato più semplice scopiazzare una delle tante ricette - peraltro dettagliatissime - cucinate da Yashim ma, se come spero leggerete i libri, a quello ci penserete voi.

Semplicemente il riso alla greca è quanto di più esotico si sia mai cucinato a casa di mia madre, e tanto basta. La sua origine poi, a volerla dire tutta, non è neanche veramente greca ma squisitamente napoletana dato che questa ricetta - come quella del polpettone svedese - è stata inventata da tale Mario, geniale cuoco del circolo del bridge di Napoli negli anni '80, che per rendere i propri piatti intriganti, attribuiva loro natali stranieri.


Preparare questa ricetta incantevole che, garantisco, conquista il palato di chiunque l'assaggi, è semplice quanto noioso perfino per chi, come me, adora armeggiare con i coltelli. Gran parte del lavoro consiste infatti nel tagliare in cubetti piccolissimi (non dico a brunoise ma quasi, mi terrei sugli 8 mm di lato) le zucchine, le melenzane, i peperoni e le cipolle.





A questo punto si riempie d'olio di arachidi una padella bella capiente e si friggono prima le zucchine...


poi le melanzane seguite dai peperoni...


quindi le cipolle...


e infine l'uva passa che deve giusto gonfiarsi.


Man mano che le verdure si saranno dorate, dovrete scolarle per bene (ma non asciugarle sulla carta assorbente poiché parte dell'olio di cottura dovrà condire il riso), disporle in una grande ciotola, salarle e mescolarle con cura.

A questo punto la scelta sul riso sta a voi. La ricetta originale prevede un riso pilaf (unico richiamo alla cultura turca!) preparato facendo tostare il riso in un soffritto di cipolla, aggiungendo brodo vegetale già al punto di bollore per il doppo del peso del riso, e facendolo cuocere coperto in forno a 200° per una ventina di minuti. Io però confesso che da un po' di anni accorcio i tempi e - orrore! - mi limito a lessare del banale riso da insalate, ottenendo comunque un risultato eccellente. 

Una volta preparato il riso, versatelo nella ciotola delle verdure e mescolate a lungo in modo che il riso risulti uniformemente condito. Si consuma a temperatura ambiente, preferibilmente il giorno dopo.


Cimentatevi magari con quantità più esigue, e vedrete che non ve ne pentirete.

sabato 31 dicembre 2011

Salvavita


Quando sono stanca, sfiduciata, avvilita, impaurita, preoccupata, angosciata, scontenta o semplicemente triste, c'è una sola cosa capace di farmi cambiare umore: guardare La banda degli onesti.

Probabilmente con questa dichiarazione mi sono giocata gli ultimi scampoli di credibilità, ma non importa. Sono arrivata alla consapevolezza che questo film sia l'antidoto perfetto, la panacea contro tutti i mali, dopo lunghissima sperimentazione, e sono sicura di ciò che dico.

Per alcuni anni il mio salvavita è stato Victor Victoria. Divertente, acuto e accurato come solo i film diretti con il tocco felice di Blake Edwards sanno esserlo. Lo vedevo tutte le volte che non riuscivo a dormire perché era rasserenante sapere che, anche quando va tutto davvero male, spesso basta guardare le cose da una prospettiva diversa per volgerle a proprio favore. 

Poi è stato il turno di Una donna in carriera. Così meravigliosamente anni '80 con tutti quei capelli cotonati, le sneakers messe sotto il tailleur per dirigersi in ufficio con passo più deciso e scattante, e le spalline da giocatore di football americano. Lo vedevo per farmi coraggio perché è l'apoteosi del "se ci credi, puoi farcela", nonostante il finale un po' amaro con quell'inquadratura del grattacielo in cui la finestrella dell'ufficio di Tess McGill è solo una fra le tante.

Poi, in ordine sparso, Harry ti presento Sally, C'è posta per te (anche se preferisco infinitamente l'originale), Il favoloso mondo di Amélie... ma nessuno di loro ha il potere placante de La banda degli onesti, e vi spiego subito il perché.

A differenza di tutti gli altri che ho citato, La banda degli onesti - pur facendo ridere di gusto - non è un film che fa sognare, anzi è un film che ti tiene bene ancorato alla realtà. Una realtà concreta, dove si tira avanti fra mille difficoltà, dove si fatica ad arrivare a fine mese e i bambini, per farli svagare, si mandano a seguire un corteo funebre, dove c'è sempre in agguato dietro l'angolo qualcuno pronto a farti le scarpe, dove - sempre a proposito di scarpe - la felicità è poterne aveve un paio nuovo, dove mangiare spaghetti con le vongole e carne alla pizzaiuola è un vero lusso, dove l'unica cosa davvero irrinunciabile è la dignità.

Guardando questo film meraviglioso, si respira quella che immagino fosse la reale atmosfera degli anni '50 dove, seppure a fatica, si cercava di ricominciare, e soprattutto c'era - fortissima - la sensazione che il peggio fosse passato. Perciò adoro questo film, perché nonostante Bordini e Stocchetti voglia dire cambialetti, nonostante l'intimo di sfratto, nonostante il ragioniere Casoria, nonostante i tre eroi finiscano con l'essere più poveri di prima, il peggio è passato.

Auguro a tutti voi un 2012 migliore del 2011.
Il peggio è passato.


PATATE RIPIENE DI BROCCOLETTI
Per 4 persone

8 patate medie
500 g di broccoli baresi puliti
50 g di acciughe sott'olio
100 g di parmigiano grattugiato
un cucchiaio di aceto
una mangiata di uva passa
una manciata di pinoli
1  spicchio d'aglio
2 foglie d'alloro
sale e olio EVO

In omaggio al povero Giuseppe Lo Turco, vittima dell'ineffabile Antonio Buonocore, spero con questa ricetta di sfatare, una volta per tutte, il mito che la carne alla pizzaiuola sia più appetitosa di broccoletti e patate.


Sbucciate le patate e poi, se come me siete un po' folli e maniacali, dotatevi di una bella pietra pomice sintetica e levigatele fino a eliminare ogni asperità.


A questo punto armatevi di uno scavino e rimuovete la parte centrale della patata fino a creare una sorta di barchetta (potete utilizzare gli scarti per fare una qualsiasi vellutata).


Lessate le barchette in abbondante acqua bollente acidulata con l'aceto, salata e profumata con due foglie d'alloro, per 15 minuti.


Scolate le patate quando sono ancora al dente, ungetele per bene sia internamente che esternamente con l'olio, e tenetele da parte. Intanto preparate i broccoletti lessandoli e poi ripassandoli in una padella dove avrete fatto rosolare l'aglio in tre cucchiai d'olio e disciolto le acciughe. Aggiungete l'uva passa e i pinoli, poi spegnete la fiamma e mantecate con tre quarti del parmigiano grattugiato un po' doppietto.

Farcite le patate con i broccoletti, sistematele in una pirofila, cospargetele con il restante parmigiano e infornatele a 180° per una quarantina di minuti.


Servitele calde ma senza rischiare l'ustione.

lunedì 26 dicembre 2011

La mia famiglia e altri Natali


Premesso che l'anno prossimo sono determinata a cominciare a sedarmi l'otto dicembre per smettere solo il sei gennaio a mezzanotte, ecco per voi, cari lettori pervasi da sognante languore natalizio, buonismo vario e torpore da digestione lenta, un post da cui difficilmente vi riavrete: la cronaca di un non Natale.

C'è da dire che io di mio sarei cinematograficamente colma di spirito natalizio, avendo modellato la mia idea del Natale su La vita è meravigliosa, Incontriamoci a Saint Louis, Appuntamento sotto il letto, Piccole donne, Scrivimi fermo posta. E il guaio è che, per un po' di anni, i miei Natali in famiglia sono stati davvero così.

Quando ero piccola, il Natale cominciava almeno un mese prima. A casa della nonna iniziavano ad arrivare i primi cesti di regali gastronomici destinati al nonno, poi i prodotti tipici che i coloni portavano in dono da Gragnano, poi ancora l'olio e una vagonata di caciocavalli e altre delizie che i cugini della nonna mandavano dalla tenuta in Puglia.

Poi veniva il momento di pensare all'albero, che era sempre enorme, e che a casa della nonna bisognava issare su una specie di piedistallo, affinché sotto i suoi rami ci fosse abbastanza spazio per sistemare tutti i regali - che erano frutto di una serie di spedizioni punitive fatte dalla nonna, da mamma e da mia zia in giro per la città-, e almeno cinque pomeriggi erano poi dedicati al confezionamento dei pacchetti, che venivano in seguito nascosti in giro per la casa.

Con gli anni io, mio fratello e i miei cugini, avevamo scoperto alcuni nascondigli: l'armadio dell'ingresso, il vano dietro la tenda pesante del salotto, la doccia del bagno degli ospiti. Ma la nonna era sempre un passo avanti a noi e per ogni nascondiglio individuato, ne aveva già escogitato un altro.

Quattro giorni prima della vigilia cominciavano poi le cucinelle. Oltre a Maria, la domestica che era in casa da sempre, virtuosa esecutrice di gnocchi e fritture varie, l'aiutante prescelta da mia nonna era la mia mamma mentre io ero ammessa in cucina come spettatrice e, all'occorrenza, allieva praticante.

Si preparavano la pastiera, gli struffoli (piccolini che a mio nonno i pallettoni non erano mai piaciuti), l'insalata russa con la maionese fatta in casa con il solo ausilio di una ciotola dal fondo concavo, un cucchiaio di legno e un'oliera con il beccuccio minuscolo, e soprattutto la galantina di pollo - che avremmo mangiato il 25 -, preparata con il cappone che i coloni portavano da Gragnano e da me ritualmente cullata fra le braccia come fosse un neonato quando era già cucita e legata stretta nei panni di cotone e aspettava solo di essere messa a bollire.

La sera della vigilia a tavola eravamo più di venti persone e ricordo benissimo che dopo la cena, i regali e i giochi, si aspettava la mezzanotte per poter affettare la galantina e farne almeno un assaggio, visto che ormai a mangiare carne non si commetteva più peccato.

Questo quando ero piccola ma poi, a partire dalla metà degli anni '80, la storia della mia famiglia ha cominciato ad assomigliare talmente tanto alla trama de I Buddenbrook, che se Thomas Mann fosse stato ancora vivo ci avrebbe sicuramente fatto causa per plagio.

È ormai un bel po' che il Natale a casa mia non è più Natale e mi domando se e quando tornerà a esserlo. Quest'anno si sono fulminate anche le lucine con cui il consorte addobba la libreria e l'unico a funzionare è il filo verde che dona alla stanza, ma soprattutto a me che la sera sono tutt'uno col divano, un bel colorito stile Incredibile Hulk che, a dirla tutta, fa anche un po' impressione.

A cena a casa di mia mamma, la sera della vigilia, eravamo in cinque, e insieme facevamo un totale di 320 anni portati davvero male. Abbiamo mangiato in mezz'ora, aperto i regali in dieci minuti e siamo andati a dormire che erano sì e no le undici di sera.

Non so proprio immaginare cosa possa esserci di meno natalizio, perciò mi consolo pensando al tempo traslato del mio lavoro dove, fortunatamente, oggi 26 dicembre si festeggia Pasquetta con tortano, affettati, uova sode e pastiera, e intanto continuo a sperare che l'anno prossimo vada meglio.

Ma faccio scorta di benzodiazepine.


Composta di Radicchio
Per 4 barattoli da 200 g

1 kg di radicchio trevigiano tardivo
500 g di zucchero
30 g di radice di zenzero
la scorza grattuggiata di due limoni
pepe nero macinato al momento

Nella devastazione emotiva di questi giorni, l'unica cosa che mi ha riportato ai Natali della mia infanzia è stato cucinare, non tanto per il cenone (che, come avrete dedotto, aveva più il sapore del cibo da mensa ospedaliera che altro) quanto per preparare composte, chutney e marmellate di agrumi che spargessero per la casa il profumo delle feste. Fra le tante cose preparate, la mia preferita è questa composta di radicchio dal gusto insolito ma estremamente accattivante, ideale per accompagnare il salmone in tutte le sue declinazioni.

Lavate il radicchio poi, emulando Marina Tagliaferri, tagliatelo a striscioline sottili sottili. Sistematelo in una ciotola con lo zucchero, la scorza del limone, il pepe e lo zenzero sbucciato e ridotto in minuscola dadolata (vi servirà un coltello affilato come un rasoio), mescolate bene il tutto e lasciatelo a marinare per 2 ore.

Trascorso questo tempo, trasferite sia il radicchio che il liquido ottenuto dalla marinatura in una casseruola dal fondo spesso e cuocete a fuoco lento fin quando tutto il liquido sarà evaporato e lo zucchero avrà cominciato a caramellare. Invasate a caldo in barattoli sterilizzati, procedete quindi a una seconda sterilizzazione e poi lasciate raffreddare a testa in giù.

martedì 13 dicembre 2011

Jacaranda


Come immagino sia successo a molte altre, da bambina rimasi folgorata da Cenerentola. Solo che io non subiì il fascino del cartone animato targato Disney, bensì quello del musical del 1955 diretto da Charles Walters, La scarpetta di vetro.

Inutile girarci intorno, la storia è sempre quella: una virtuosa ragazzina orfana di padre, cresciuta dalla matrigna crudele e relegata da quest'ultima al ruolo di sguattera a cui sono affibbiati i lavori più umili - mentre le due sorellastre, antipatiche e brutte, vengono trattate con i guanti bianchi - troverà alla fine l'amore e si riscatterà dal proprio infelice destino sposando il principe azzurro. 

La vera differenza fra questo film e quello della Disney non sta nella storia - che francamente non mi ha mai entusiasmata - ma in un elemento secondario che però, e non esagero, ha cambiato la direzione della mia vita: il personaggio della fata madrina.

All'adorabile, ma anche un po' irritante, Fata Smemorina della Disney, che non ha altro merito se non quello di possedere una bacchetta magica, con la quale per inciso si destreggia anche maluccio (un po' come Neville Paciock nei libri della Rowling), nel film di Walters corrisponde l'eccentrica Madame Toquet (in quest'unico spezzone da me trovato parla in portoghese, ma almeno così vedete che faccia ha).

Madame Toquet altro non è che la pazza del villaggio in cui abita Cenerentola, una vecchia vedova caduta in disgrazia che vive di espedienti rubando un po' qua e un po' là, e che tutti evitano con cura. Cosa c'è in lei di così affascinante da colpire la fantasia di una bambina e segnarla indelebilmente? Ve lo dico subito. Madame Toquet colleziona parole.

Da piccola la cosa mi parve meravigliosa (in realtà mi sembra meravigliosa ancora adesso). Non avevo mai pensato alle parole come a qualcosa di prezioso, una cosa che andasse coltivata, salvaguardata, e quel piccolo cambio di prospettiva mi aprì un mondo incantato, che era sempre stato lì a portata di mano, ma di cui non mi ero mai accorta prima.

Fra le parole collezionate da Madame Toquet c'era, ovviamente, Cenerentola - che le piace dal momento stesso in cui la giovinetta le rivela il proprio nome e che ripete più volte con intonazioni diverse, come assaporandolo - ma purtroppo non ricordo le altre, e non sono riuscita a trovare da nessuna parte un filmato (o anche solo la sceneggiatura) di quella scena per poterle recuperare.

Perciò quello che al momento posso fare, è elargirvi un po' di parole della mia personalissima collezione, cominciata il giorno stesso in cui vidi il film (credo 35 anni fa) e mai termitata.

Intercapedine, giuggiola, arcobaleno, mongolfiera, cinematografo, libercolo, ceruleo, alambicco, bisaccia, mendace, dagherrotipo, amaranto, ombelico, calamaio, stazzonato, arcolaio, astrolabio, sestante, ciottolo, accipicchia, baluginio, maggese, pervinca, pacciamare, bagnomaria, ranuncolo, parafulmine, dondolo, minuteria, vivandiera, crinolina, caleidoscopio, ineluttabile, arcano, piroscafo, epifania, riverbero, jacaranda...

Continuerei a scriverne per ore, anche solo per il piacere di mormorarle a fior di labbra mentre le scrivo e compiacermi di averle pronunciate levando loro la polvere di dosso perché - e non sono certo io a dirlo - il nostro lessico diventa sempre più povero, e di una povertà imbarbarita, disseminata di neologismi inutili, di anglismi, di italianizzazioni, di storpiature, di pleonasmi.

Perciò, visto che ormai siamo in clima natalizio, vi invito a farvi un regalo: aderite all'iniziativa della Società Dante Alighieri e adottate una parola da usare, coccolare e proteggere per un intero anno preservandola dall'uso improprio o dal finire dimenticata. 

La mia è plenicorno. E la vostra?


Patate MÈTRODOTÈL

Patate tagliate a tocchetti di media grandezza  (diciamo 4cm di lato, va')
Latte
Burro
Sale
Prezzemolo

Inutile dire che questo è il modo in cui le chiamavo quando ero piccola, credendo si trattasse di una parola italiana, e pensando avessero un nome che eguagliasse in bellezza la loro infinita bontà. In realtà le patate maître d’hôtel (è questo il modo giusto di chiamarle), sono state per anni la mia bestia nera in fatto di cucinelle. Mia nonna e mia madre hanno sempre accompagnato le istruzioni per farle con un liquidatorio "non ci vuole niente", e invece a me continuavano a venire immangiabili, provocandomi attacchi d'ira funesta seguiti da momenti di cupa depressione in cui dubitavo delle mie doti di cuoca.

Adesso che invece ho imparato a prepararle, posso finalmente dire anch'io che "non ci vuole niente". O meglio, niente di più che qualche piccola accortezza: tagliate le patate a tocchetti regolari, mettetele in una pentola dal fondo spesso (o in una cocotte in ghisa) e copritele con tanto latte quanto basta a creare un simpatico vedo non vedo. Aggiungete un paio di noci di burro (ovviamente più patate fate, più burro dovrete metterci) e il sale. Lasciate cuocere a fuoco bassissimo, girando il meno possibile, fin quando il latte - che si sarà asciugato - e le patate - che si saranno in parte disfatte - non avranno formato una sorta di crema dalla quale faranno capolino le patate ormai deliziosamente fondenti. A questo punto unite una bella manciata di prezzemolo tritato finissimamente, date una mescolata e servite. Abbiate pazienza e soffiate sulla forchetta prima di mandar giù anche un solo boccone perché, e parlo per esperienza, se vi fate prendere dalla golosità, l'ustione sul palato è garantita.


PS: Jacaranda è l'ultima parola entrata a far parte della mia collezione, ma è anche - anzi soprattutto - un meraviglioso albero della famiglia delle bignoniacee, con le foglie pinnate e i fiori dal blu al violetto, disposti a ciocche e così leggeri da essere facilmente cullati dal vento. Questi alberi tropicali da un po' di anni abbondano per le strade di Napoli, dove hanno sostituito i mandorli e gli agrumi piantati negli anni '60. 

Se còlti, i fiori avvizziscono ma i frutti legnosi - che se rimangono sulla pianta si dischiudono liberando dei piccoli semi alati - invece diventano sempre più belli, passando dal verde acceso delle rane, al marrone caldo del guscio delle tartarughe e quando seccano, se urtano l'uno contro l'altro producono un suono asciutto, come di nacchere. 

Sì, sembrano proprio nacchere... è un suono bellissimo... quasi quasi mi viene voglia di ballare il flamenco... 

Ok, forse è meglio che smetta di giocarci prima che il consorte si alzi dal divano in preda a una furia omicida e venga a strapparmeli di mano.

mercoledì 7 dicembre 2011

MOLTI DI VOI NON LO SANNO...

...ma avevo promesso a tutti coloro che mi seguono su Facebook che appena avessi raggiunto i 10.000 contatti sul blog, avrei organizzato una grande festa per i lettori della Gastronomica Volante.

IL MOMENTO È GIUNTO (fatico ancora a crederci!) perciò non mi resta che darmi da fare. Vi anticipo che la festa si terrà a gennaio e prometto di farvi sapere in tempo utile dove e quando, di modo che possiate organizzarvi.

Accorrete numerosi. 
Che ci sarà da divertirsi credo l'abbiate ormai capito.


giovedì 1 dicembre 2011

Dinner Boxes

 
Tutto è cominciato a metà ottobre quando Carla - la mia compagna di studi, la mia migliore amica, la mia testimone di nozze, la mia sorella non di sangue ma per scelta - mi ha raccontato che lei e gli altri talenti che con lei dividono lo studio, i co-workers del 137A, stavano organizzando un evento in collaborazione con il ristorante Veritas. Ognuno di loro avrebbe allestito una tavola particolare a cui poi i clienti del ristorante avrebbero cenato.

Era una domenica pomeriggio ed eravamo a casa sua, mi ricordo che stavamo pigramente sorseggiando un tè. Cominciammo a parlare di cosa si sarebbe inventata Carla per la sua tavola e dopo dieci minuti era già chiaro a entrambe che quell'evento lo avremmo fatto insieme. Di nuovo in coppia dopo più di vent'anni dagli ultimi esami di gruppo universitari. A momenti neanche ci credevo, al di là del piacere grande di condividere un progetto, Carla mi stava dando la possibilità di far fare alla mia Gastronomica Volante il debutto in società.

C'è da dire che io e Carla quando decidiamo di fare una cosa, la facciamo per bene. Ci crediamo, e di conseguenza ci esaltiamo, e più ci esaltiamo, più puntiamo in alto, e più puntiamo in alto, più la cosa diventa complessa. Insomma, per farla breve l'idea di partenza era quella di giocare con il pubblico e quindi celare la mise en place con una scatola di cartone - la dinner box - che sarebbe stata sollevata solo al momento della cena, come si fa con le cloche d'argento.

Naturalmente le mise en place non sarebbero state tutte uguali, avrebbero evocato atmosfere diverse, fatto nascere emozioni e sensazioni molto contrastanti fra loro. Quindi, tanto per cominciare, bisognava mettersi alla ricerca di piatti e oggetti per la tavola che ci piacessero e stuzzicassero la nostra fantasia. È stata una ricerca complessa, che Carla ha svolto egregiamente, riuscendo a farsi recapitare in tempo utile piatti e placement che provenivano dalla Francia, dall'Inghilterra, dagli Stati Uniti e da diverse città d'Italia. È perfino riuscita a convincere i tipi della Seletti a prestarci un piatto che sarebbe stato messo in vendita solo a partire da gennaio 2012.

Poi abbiamo cominciato a pensare che sarebbe stato bello abbinare a ogni mise en place una ricetta diversa, ma dato che l'evento si sarebbe tenuto in un ristorante dove c'era già uno chef a elaborare il menu per la serata, le nostre ricette avrebbero dovuto essere cartacee. Il compito naturalmente è spettato a me, che per più di un mese ho cercato di trarre ispirazione dal decoro dei piatti e dai titoli che avevamo dato alle mise en place, per poi elaborare, sperimentare, correggere, rielaborare le ricette, farle assaggiare al consorte e a pochi amici fidati e quindi fotografare la pietanza (attività svolta prevalentemente nelle primissime ore del mattino, prima di mettermi a sceneggiare).

Quando il progetto ha cominciato a essere a fuoco, sono cominciate anche le nostre opere di arts & crafts. Carla ha costruito le scatole in cartone ondulato, io ho cucito le borsine di feltro che avrebbero contenuto il libro di ricette e che sarebbero state date in omaggio a coloro che avessero deciso di cenare alla nostra tavola. Eravamo stanche ma soddisfatte. Poi sono cominciati i dubbi.

I dubbi, si sa, si manifestano di notte e quindi, per la gioia del consorte, io e Carla, puntualmente, ci telefonavamo a vicenda a partire da mezzanotte. Il problema principale era fare in modo che il pubblico, coloro che avrebbero partecipato all'aperitivo che avrebbe preceduto la cena, potesse vedere le mise en place. Bisognava, secondo Carla, prevedere che ci fosse una hostess che, su richiesta degli avventori, sollevasse le Dinner Boxes. Indubbiamente così avrebbe funzionato, ma io volevo qualcosa di più divertente. E se prevedessimo dieci performer, uno per ogni Dinner Box, che sollevino le scatole a tempo dando vita a uno spettacolo ispirato a quello delle fontane del Casino Bellagio a Las Vegas? Nel momento stesso in cui finii di pronunciare la frase mi resi conto dell'assurdità della cosa, ma Carla evidentemente no, perché ne fu subito entusiasta.

Da quel momento in poi passammo da Tre passi nel delirio a Oggi le comiche. Credete sia facile convincere dodici stimati professionisti a diventare performer per una sera, a imparare una coreografia e a esibirsi ripetutamente in pubblico a intervalli di venti minuti? Beh, non lo è affatto, ma - sarà che io e Carla sappiamo essere molto persuasive, sarà che abbiamo amici disponibili e ironici - ci siamo riuscite. Le prove di questa performance, con me nelle vesti davvero improbabili di coreografa e direttrice d'orchestra, sono state una delle cose più esilaranti della mia vita e sono pronta a scommettere che diventeranno uno di quei ricordi capaci di far ridere con le lacrime anche a distanza di anni.

Se l'evento è stato un successo, è stato proprio grazie ai performer che, con la loro coreografia, hanno fatto la differenza. Perciò ringraziarli tutti mi sembra il modo migliore per concludere questo post.

Rigorosamente in ordine d'altezza: Gigi Marino, Gigi Bove, Cristiano Rocco, Riccardo Abbamondi, Diego Nuzzo, Claudio Pellone, Enzo Trentola, Christian Trentola (sì, c'era anche il consorte!), Fabrizio Ricciardi, Gigi Delehaye, Francesco D'Albore, siete stati dei Dinner Boxes Boys indimenticabili! Tutta la mia gratitudine va poi a Daniela Cicatiello Spagnuolo, la nostra Dinner Boxes Girl, capolavoro di efficienza, simpatia e allegria, anche alle prese con un megafono dal funzionamento incerto.

E naturalmente grazie a Carla Celestino, senza la quale la mia vita sarebbe stata sicuramente meno divertente, meno intensa, meno avventurosa, meno piena, meno tutto.

Per voi, gentili lettori del mio blog, in alto a sinitra, sotto la mia fotina striminzita e le mie informazioni personali ancor più striminzite, c'è l'icona delle Dinner Boxes con il link per scaricare il libro di ricette elaborato per l'occasione (scaricate gente, scaricate).

E per finire, una sbirciatina alle pre prove e alle prove generali (1 e 2). Che avreste dato per esserci?