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mercoledì 11 settembre 2013

Un uomo per tutti gli sport


Mio padre da giovane è stato un atleta.

Lo so, detta così non sembra una rivelazione fondamentale, di quelle che ti cambiano la vita. Eppure a me la vita l'ha cambiata, perché mio padre ha praticato un numero incredibile di sport, ha eccelso quasi in tutti, e ha desiderato più di ogni altra cosa che noi figli seguissimo il suo esempio.

Papà è stato nuotatore, pallanuotista, canottiere, velista, ciclista, sciatore. Ha giocato a calcio, a tennis, a pallavolo, a golf. E sono sicura che, nonostante il lungo elenco, sto dimenticando qualcosa.

Mio padre ha passato la vita ad allenarsi. Ogni luogo e ogni momento erano buoni per fare un po' di preparazione atletica in vista di una gara. Nella primavera del 1971, dopo poco più di tre anni di matrimonio e con due figli piccoli, di cui uno praticamente in fasce, i miei andarono vicinissimi al divorzio perché mio padre aveva preso l'abitudine di allenarsi per gli europei di vela tenendo in braccio mio fratello, e usandolo come zavorra mentre faceva i piegamenti sulle gambe.

Quando papà partì, mamma scoprì che non c'era verso di far addormentare il pargolo cullandolo amorevolmente fra le braccia, e dovette affrontare quindici giorni di pianti disperati del suddetto, nonché tremendi dolori muscolari dovuti all'improvvisa ginnastica a cui suo malgrado era stata costretta pur di placarlo (conditi da solenni improperi rivolti a mio padre).

Per papà l'importante non è mai stato partecipare. L'unica cosa che davvero conta per lui è vincere, e avrebbe voluto che per noi fosse altrettanto. Volete sapere qual è uno dei ricordi più traumatici della mia infanzia? La gara che concludeva il corso di sci con il quale - credo a sette anni - avevo conseguito la seconda stellina d'argento.

Al cancelletto di partenza improvvisato, mentre aspettavamo che il bambino precedente finisse la discesa, papà mi fece un discorso motivazionale al cui confronto quello di un allenatore della Germania Est sarebbe sembrato incredibilmente sdolcinato. Dopodiché pretese che mi levassi il piumino, che a suo dire mi avrebbe rallentata perché troppo poco aerodinamico, e al suono del fischietto mi incitò con un rabbioso "Spacca tuttoooo!".

Inutile dire che ero talmente terrorizzata che l'unica cosa che riuscii a spaccare fu la mia fronte. A metà gara infatti infilai con lo sci uno dei paletti dello slalom, che mi andò a sbattere in faccia procurandomi un bel taglio, caddi, e siccome ero senza giacca a vento (non vi dico che beneficio ne aveva tratto l'aerodinamica!) m'inzuppai completamente il maglione e mi beccai una bella febbre.

Sempre costretta da mio padre, nel mio piccolo anch'io ho nuotato, sciato, giocato a tennis e a pallavolo. Ma l'ho fatto con un'ansia da prestazione così smisurata che, nonostante i miei sforzi, non sono riuscita a portare a casa neanche un premio di consolazione.

Insomma, grazie alle smanie agonistiche di mio padre, ancora oggi, a quarantaquattro anni suonati, mi ritrovo ad avere una tale paura di vincere e una tale convinzione che per quanti sforzi io faccia finirò col perdere proprio allo scadere della gara, da essere arrivata a pensare che la cosa migliore sia sottrarsi alla competizione, e risparmiare la fatica.

Rimango una donna competitiva, quello sì, ma sono competitiva sulle cose stupide, quelle di cui non m'importa veramente, che so, le partire a Ruzzle, le sfide a Trivial femmine contro maschi, o il burraco.

Per il resto passo la mano, dopotutto mio padre ha vinto così tanto che di trofei in casa bastano i suoi.


VELLUTATA DI PANE DI MATERA CON POLIPO ARROSTO, POMODORI CARAMELLATI E CECI NERI DI POMARICO FRITTI

Per 4 persone

200 g di pane di Matera
Un polipo da 1 kg
Un pugnetto di ceci neri di Pomarico
12 pomodori datterino
Una costa di sedano
Una carota
Una cipolla
2 spicchi d'aglio
Un peperoncino
Un pizzico di peperoncino in polvere
La scorza si 1 limone
Qualche rametto di timo limone
Sale
Zucchero
Olio di arachidi
Olio EVO bio Tenute Zagarella

Questa lunga premessa sui miei traumi infantili, serviva solo a spiegare per quale motivo io non abbia mai partecipato ad alcuno dei tanti contest di cui pure pullula la blogosfera. Ma siccome ogni regola ha un'eccezione, il mio fermo proposito è andato a farsi benedire davanti a IoChef, concorso sulla cucina lucana organizzato nell'ambito del XVII Congresso Nazionale della Federazione Italiana Cuochi in collaborazione con Teresa De Masi, che con il suo blog Scatti Golosi è partner dell'evento, e di cui potete leggere tutti i particolari cliccando sul banner qui di seguito.


E ora veniamo alla ricetta.

Si parte dal giorno prima mettendo a bagno per 24 ore i ceci neri di Pomarico in una ciotola con abbondante acqua tiepida che cambierete almeno quattro volte. Dopo aver compiuto questa operazione, scolate i ceci e metteteli ad asciugare su un canovaccio pulito, meglio se al sole.

A questo punto riempite d'acqua una pentola abbastanza grande da contenere agevolemente il polipo (che avrete sfibrato a dovere percuotendolo ripetutamente), aggiungeteci la costa di sedano, la carota e la cipolla, e portate a bollore.

Quando il brodo avrà bollito per qualche minuto, immergetevi il polipo tenendolo per la testa e tuffandolo cinque o sei volte nell'acqua in modo da far arricciare bene i tentacoli, quindi mettetelo definitivamente nella pentola e lasciatelo cuocere fin quando non sarà della consistenza giusta - né troppo morbido, né troppo calloso - quindi lasciatelo raffreddare nel suo stesso brodo, che poi terrete da parte.

Quando il polipo si sarà intiepidito, tagliate i tentacoli (usate il resto per preparare un'insalata), metteli in una ciotola, regolateli di sale e conditeli con olio evo, peperoncino, la scorza del limone tagliata a julienne, e lasciate riposare.

Nel frattempo tagliate in due i pomodori datterino, salatene la parte interna e metteteli in uno scolapasta in modo che perdano parte dell'acqua di vegetazione.

Passiamo ai ceci la cui cottura, vi avviso, richiede ESTREMA CAUTELA! I ceci vanno infatti fritti in olio di arachidi profondo, meglio se in un pentolino dai bordi alti. Nonostante questo, quando i miei erano in cottura da poco meno di un minuto, hanno cominciato a schizzare via dalla pentola neanche fossero popcorn. Vi consiglio perciò vivamente di usare un coperchio, o un paraschizzi, e di tenere a portata di mano un rimedio per le ustioni (io alla fine ero ricoperta di chiazze di dentifricio a tal punto da sembrare un quadro di Jackson Pollock). Dopo circa cinque minuti di cottura, scolate i ceci, lasciateli asciugare su un foglio di carta paglia e conditeli con sale e un pizzico di peperoncino in polvere.

Per la vellutata di pane, tagliate il pane a cubetti e fatelo rosolare in 3 cucchiai d'olio insieme agli spicchi d'aglio. Quando il tutto sarà ben dorato, aggiungete un litro di brodo di polipo, portate a piccolo bollore, fate cuocere per 20 minuti, quindi omogeneizzate con un frullatore a immersione e regolate di sale.

Condite i pomodori con un filo d'olio, spolverizzatene la parte del taglio con dello zucchero, grigliateli velocemente su una piastra e teneteli da parte.

Su un'altra piastra, rovente, grigliate i tentacoli del polipo bagnandoli spesso con l'olio contenuto nella ciotola in cui li avete conditi.

Servite la vellutata impiattandola come nella foto, usando qualche fogliolina di timo limone e le zeste del limone come piccola guarnizione e aggiungendo un filo d'olio a crudo.


Per chi si fosse impietosito a causa delle angherie (esagero) a cui mi sottoponeva mio padre, sappiate che qualche anno dopo ebbi la mia vendetta.

Pur di non ricevere da lui alcun suggerimento in materia, m'iscrissi a un corso di pattinaggio artistico, sport che non aveva mai praticato. La cosa fece nascere in papà un tale desiderio di emulazione, pur di primeggiare anche in quella disciplina, che mi chiese di dargli qualche lezione privata di modo da mettersi alla prova - tanto era talmente versato per lo sport che avrebbe padroneggiato i pattini a rotelle in men che non si dica - prima di iscriversi a propria volta al corso.

Ovviamente voleva che il tutto accadesse lontano da occhi indiscreti per cui la prima lezione avvenne nell'enorme garage della casa di Roccaraso.

Ebbene, con mia somma soddisfazione, mentre io volteggiavo disinvolta, papà passò più tempo a cadere e a rialzarsi, che a pattinare, e alla fine dovette arrendersi anche se, ancora oggi, attribuisce quella clamorosa débâcle a un difetto dei pattini, non certo a se stesso. 

Perché lui - lo sanno tutti - è un uomo che eccelle in tutti gli sport!

giovedì 20 settembre 2012

Una nonna hollywoodiana



Faccio fatica a pensare che Carla Cletimeni sia stata mia nonna. Faccio fatica anche a pensare che sia stata la mamma di mio padre, perché lei - la nonna Carla - è stata soprattutto una donna. Anzi, la donna.

Si era sposata giovanissima, credo appena diciannovenne, e nella foto che la ritrae con mio nonno all'uscita della chiesa aveva i boccoli biondi e lo sguardo ingenuo e un po' stupito di una ragazzina che indossa per la prima volta abiti da donna. Ma quegli abiti evidentemente le piacquero non poco, perché qualche mese dopo era già diventata una dark lady capace di sedurre un uomo semplicemente chiedendogli di accenderle una sigaretta.

Nonna Carla era una donna simpatica e assetata di vita, che non si arrendeva davanti a nulla. Bruciò tutte le tappe: si sposò, mise al mondo due figli e si separò ancor prima di diventare maggiorenne. Si trovò un amante, poi un altro e poi un altro ancora mentre, parallelamente, portava avanti con grande successo la carriera di imprenditrice.

Andava in giro con due levrieri afgani, indossava sempre i guanti, amava i diamanti e fumava le sigarette con un lungo bocchino. Aveva un guardaroba da diva, una voce alla Marlene Dietrich e capelli biondo cenere che facevano pensare a Lauren Bacall, ma nella borsa, oltre alla cipria e al rossetto rosso, aveva sempre un romanzo e gli occhiali da lettura. 

Capitava a casa agli orari più impensati, sempre affamata e sempre di corsa. Divorava, con modi a dire il vero molto poco signorili, quantità inumane di cibo mentre con tono frivolo mi dispensava i suoi consigli di bellezza: "Tesoro, le gonne a campana sono passate di moda da almeno vent'anni. Strizza quel bel mandolino in un paio di jeans e vedrai quanti corteggiatori!". Avrei dovuto darle retta perché il mio mandolino si trasformò ben presto in un culone, ma capirete, a dodici anni l'ultima cosa che volevo era essere corteggiata!

Quando finalmente nel '74 ci fu il referendum sul divorzio, dopo più di trent'anni decise di mettere fine legalmente al matrimonio con mio nonno ma lui, dispettoso e cocciuto come pochi, pretese invece di avere l'annullamento, visto che l'aveva sposata minorenne e che quindi i presupposti c'erano.

Affrontare la trafila della Sacra Rota fu umiliante e doloroso, e per riprendersi dal trauma la nonna decise che forse era arrivato il momento di rimettere ordine nella propria vita. Lo fece, come sempre precorrendo i tempi, sposando in municipio, con una cerimonia semplice e discreta, un uomo che aveva quasi vent'anni meno di lei, anche se era talmente posato da sembrare a tutti l'anziano della coppia.

Se per certi versi il matrimonio le diede stabilità e sicurezza, per certi altri la fece sentire molto più fragile. Per lei che era stata una donna bellissima, confrontarsi con gli amici del marito e soprattutto con le loro mogli, tutte molto più giovani, divenne di colpo faticoso. Così, concedendosi l'ennesimo vezzo da star hollywoodiana, cominciò a togliersi gli anni. 

Iniziò col sostenere di essersi sposata a 18 anni, che poi scesero a 17, 16 e infine a 15. Quando capì di non poter retrodatare ulteriormente il proprio matrimonio, cominciò a diminuire le età dei figli. Proprio come accadeva al barone Lamberto, mio padre diventava di secondo in secondo più giovane e anche il suo matrimonio era avvenuto sempre prima. Poi, quando anche mio padre raggiunse l'età minima consentita dal buonsenso, la nonna cominciò a far ringiovanire me e mio fratello che, sebbene quasi ventenni, nei suoi racconti venivamo dipinti come lattanti. 

Se all'inizio le sue bugie risultavano credibili, con gli anni lo erano sempre meno. Lei però non si perse d'animo e, per rendere la sua età inconfutabile, denunciò lo smarrimento della patente ottenendone una nuova, per poi contraffare la vecchia - che non aveva affatto smarrito - modificandone la data di nascita con un'abilità da falsaria esperta che nessuno di noi avrebbe mai sospettato.

Nel 1990 la nonna Carla arricchì quella grande sceneggiatura che era stata la sua vita con un colpo di scena che rasentò il virtuosismo: venne a casa e ci annunciò che si sarebbe sposata di nuovo, sempre con suo marito, ma questa volta in chiesa, per festeggiare i 25 anni dell'unione civile. 

Se un quarto di secolo prima avevano fatto le cose in sordina, questa volta invece si sarebbero smodati. Lei si sarebbe sposata in avorio, con un tocco di fucsia giusto per non risultare ridicola, avrebbero dato un grande ricevimento e poi sarebbero andati in crociera. E io sarei stata la sua testimone.

Per rimettere in sesto le mie sinapsi dopo quel cortocircuito emotivo ci volle una settimana al termine della quale sopravvennero però nuove preoccupazioni. Come dovevo vestirmi per la cerimonia? Camicetta bianca, gonna a pieghe, calzettoni e un fiocco nei capelli? Scamiciatina scozzese con dolcevita in filanca e mocassini college? Insomma, come potevo far sì che l'opulenta ventenne che ormai ero diventata sembrasse una bimbetta delle elementari?

Alla fine scelsi un vestitino a fiori e un paio di ballerine, mi legai i capelli con una mezza coda ed evitai accuratamente qualsiasi tipo di cosmetico. Sorprendentemente - se si esclude una clamorosa gaffe del prete che chiese a mia nonna se fosse vedova e quando lei negò giunse all'avventata conclusione che mio padre fosse figlio illegittimo, facendolo diventare pazzo per la rabbia - in chiesa andò tutto bene. 

Fu quando arrivammo al Grand Hotel Parker's - appena riaperto dopo il restauro - per il ricevimento e scoprii che avremmo preso tutti posto attorno a un tavolo imperiale, che venni presa dal panico. 

Nonostante avessi cercato di sedermi accanto a mamma e papà, venni subito attorniata dalle amiche della nonna che mi costrinsero a sedere con loro, subissandomi di domande sempre più pressanti. Io cincischiavo, mi mantenevo sul vago, mangiavo a ripetizione per avere sempre la bocca piena ed evitare di parlare, ma per quanti espedienti trovassi, alla fine la domanda che più temevo arrivò lo stesso: "Cara, ma quanti anni hai?"

Deglutii imbarazzata poi, non sapendo cosa fare, mi voltai verso la nonna e le girai la domanda: "Nonna, ma io quanti anni ho?" e lei: "Mai troppo pochi, tesoro. Mai troppo pochi!"


Tutto questo mi è tornato in mente quando, una decina di giorni fa, sono stata proprio al Grand Hotel Parker's per partecipare alla cena di gala in occasione della pubblicazione del libro "Cento anni di pasta", edito da Malvarosa Edizioni, in cui si rende omaggio al Pastificio Di Martino, che festeggia appunto il primo secolo di attività.

Il libro, che come tutti i volumi pubblicati da Malvarosa ha un'impostazione grafica curatissima e controtendenza, ripercorre, oltre alla storia della famiglia Di Martino e della sua totale dedizione all'arte del fare la pasta, - avvincente come un romanzo - la storia del costume degli ultimi cent'anni attraverso una serie di tappe significative che hanno cambiato le nostre abitudini, alla cui luce quella di mangiare la pasta rimane l'unica costante.

Nel libro compaiono, suddivise sacrosantamente per stagione, cento meravigliose ricette di pasta a volte tradizionali e a volta innovative che, vi assicuro, fanno venire voglia di mettersi immediatamente ai fornelli tanto sono accattivanti.

Nell'attesa di sperimentarne qualcuna da condividere con voi, ho preparato un'altra ricetta che nel libro manca ma che, essendo fra le preferite di nonna Carla, mi è sembrata perfetta per ricordarla.


FRITTATA DI SCAMMARO
per 4 persone

300 g di spaghetti
4 o 5 cucchiai di olio EVO
100 g di olive di Gaeta
un pugnetto di capperi (i miei sono sempre quelli che il consorte mi porta da Stromboli)
un pugnetto di uva passa
un pugnetto di pinoli
2 acciughe sotto sale
1 spicchio d'aglio

Per i non napoletani, ma forse anche per qualcuno di loro, vado subito a spiegare cos'è la misteriosa frittata di scammaro. Lo scammaro non è un ingrediente e non è neanche un metodo di cottura, semplicemente - in napoletano antico - lo scammaro è il mangiare di magro, quello che, per capirci, si adottava in quaresima.

In questa frittata di pasta quindi non compaiono né uova né salumi, e il modo in cui gli spaghetti si saldano l'un l'altro in me, ancora oggi, sortisce la stessa meraviglia di quando ero bambina.

Si procede così: mentre si mette a bollire l'acqua nella quale si cuocerà la pasta, si versa l'olio in un pentolino e vi si fa rosolare l'aglio. Prima che si colori troppo si aggiungono le acciughe e quando queste si saranno disciolte, le olive denocciolate e i capperi ben lavati. Si fa rosolare il tutto per un paio di minuti, quindi si spegne e si aggiungono uva passa e pinoli.


Si lessano poi gli spaghetti al dente, si scolano e - qui sta il trucco perché la frittata riesca - si rimettono nella pentola e si mescolano energicamente per qualche minuto, in modo che l'amido in essi contenuto li leghi l'un l'altro. A questo punto si condiscono con l'intingolo di olive, capperi, uva passa e pinoli e si assaggiano - mi raccomando, è fondamentale! - per verificarne la sapidità prima di aggiungere eventualmente altro sale (olive e capperi possono essere traditori).

Si continua poi ungendo appena una padella il cui fondo misuri sui 22 centimetri e, una volta che sarà ben calda, ci si versano gli spaghetti conditi.


Si cuoce a fuoco vivace per 5 minuti in modo da far sì che si formi una bella crosticina, poi si abbassa la fiamma al minimo e si continua la cottura per altri dieci minuti allo scadere dei quali, aiutandosi con un piatto, si gira la frittata e si ripete lo stesso procedimento di cottura fatto in precedenza. Si asciuga poi la frittata su della carta assorbente e si mangia subito, quando è ancora croccante. 
Molto meglio se con le mani.

 


domenica 24 giugno 2012

Questo pazzo pazzo pazzo pazzo mondo della Gastronomica Volante


La mia mamma la sera del 21 giugno mi ha fatto un regalo bellissimo. Vincendo l'imbarazzo di chi, da che era sano, brillante e indipendente, è diventato portatore di un grave handicap in seguito a due ictus micidiali che avrebbero ucciso chiunque ma non lei, è venuta alla mia festa. 

Me la sono ritrovata davanti in cima alle scale che conducono al giardino del 137A, paralizzata dall'emozione, e sono corsa da lei per aiutarla. Immediatamente i miei amici più cari le sono andati incontro, l'hanno aiutata a scendere, a sedersi, le hanno fatto feste, si sono preoccupati di portarle da bere, le hanno fatto strada fra la folla per farla accomodare dentro quando c'erano le performance, le hanno spostato la poltrona quando il punto focale dell'evento si  concentrava altrove, l'hanno intrattenuta e coccolata facendola sentire a suo agio. E quelli che non la conoscevano sono andati a salutarla, a presentarsi, quasi la festa fosse sua e non mia.

Il giorno dopo, la mia mamma mi ha telefonato per farmi i complimenti e mi ha confessato che nonostante abbia dovuto faticare non poco a vincere il disagio e a mettere a tacere l'orgoglio, era felicissima di essere venuta alla festa perché io, per quanto mi ci fossi messa d'impegno, non avrei mai potuto raccontarle tutto quello che abbiamo combinato in 7 ore di festeggiamenti scatenati.

La mia mamma ha ragione, perciò stavolta lascerò che siano le immagini a parlare per me, mentre io mi limiterò a ringraziare anche qui sul blog i tantissimi che mi sono stati accanto.

Grazie alla mia nonna adorata per la festosa telefonata di auguri del 21 mattina, grazie alla mia mamma per avermi fatto emozionare così tanto,  grazie al consorte, senza il quale il mio blog - ma soprattutto la mia vita - sarebbero stati ben più poveri. 

Grazie al fratello del consorte - il cognato, ovvero Enzo Trentola - artista eccezionale e versatile che non solo non si è minimamente scomposto quando gli ho chiesto di dipingere una tela di due metri e mezzo per due metri e mezzo che facesse da sfondo alla serata, ma si è prodigato anche per aiutarmi ad allestire il tavolo per il buffet, e l'arredo del giardino fino a notte fonda. 

Grazie a Carla Celestino, come sempre, per avermi incoraggiata e sostenuta fin dall'inizio e per avermi messo a disposizione - insieme agli altri co-worker del 137A - la location più suggestiva che potessi desiderare per la mia Gastronomica.

Grazie ad Annachiara Mustilli che ci ha fatto bere meravigliosamente per tutta la serata (il suo spumante di falanghina è indimenticabile), a Leopoldo Infante per le centinaia di taralli, di cui comunque non si sarebbe mai sazi, e per avermi fatto una torta di compleanno bellissima, a Massimo Schisa e Gay Odin per averci fatto deliziare con i loro incredibili cioccolatini, a Stefano Giancotti e al Veritas per i suoi finger come sempre fantastici, ad iceQB per aver fatto in modo che tutte le bevande fossero di una temperatura ideale nonostante il caldo torrido,  ad Adriano Dumontet per la simpatia e l'ironia, oltre che per i 250 litri di acqua Ferrarelle e Natia, ad Aldo Cappelli e Antonello Esposito, dj per diletto ma con il brio dei professionisti, per averci fatto scatenare nelle danze.

Grazie a Marialuisa Firpo e Gabriella Grizzuti per aver trasformato "Caccia al ladro" in un piccolo capolavoro. Grazie alla Signorina Bobobò per essere venuta al mondo e per avermi fatto piangere tutte le mie lacrime quando ha letto - con il piglio e la calma di un'attrice consumata - il post a lei dedicato mentre sullo sfondo veniva proiettata la video-ricetta dei chocolate chip coockies girata da Marialuisa. 

Grazie a tutti i performer - Arturo Maiolino, Christian Trentola (il consorte), Cristiano Rocco, Enzo Trentola, Francesco D'Albore, Gigi Bove, Gigi Delehaye, Gigi Marino (che hanno rinunciato a festeggiare il loro onomastico per venire a festeggiare me, come d'altronde ha fatto Marialuisa Firpo) e Maurizio Spagnuolo, come sempre ironici, divertiti e divertenti, sebbene a furia di bere il fantastico vino di Annachiara Mustilli il senso del ritmo abbia lasciato molto a desiderare.

Grazie a Daniela Cicatiello Spagnuolo, la mia fantastica Dinner Boxes Girl, che ha presentato i performer con perfetto accento british ed è riuscita a essere sexy nonostante sia all'ottavo mese di gravidanza e le due gemelle quella sera - prese da evidente smania di protagonismo - scalciassero più che mai.

Grazie a Shanti Ranchetti che pur essendo una pittrice di incredibile talento, si è piegata al mio volere e mi ha assecondata per regalarmi esattamente il logo che desideravo per la Gastronomica, ma anche per essersi messa in aereo ed essere venuta a Napoli a sfacchinare al mio fianco per organizzare la festa, per essere venuta in vespa con me sebbene ne fosse terrorizzata, per avermi pettinata e truccata talmente bene da farmi sentire una principessa nonostante sia ben consapevole di non esserlo affatto (magari ci fosse stata il giorno del mio matrimonio!).

Grazie a Ilaria Vitellio per l'ospitalità e le sue inaspettate doti di videomaker e montatrice, grazie a Gigi Delehaye, Marzia Giordano, Daniela Cicatiello e Carla Celestino e di nuovo Ilaria per avermi aiutata a confezionare le marmellate, a Luisa Andreano per avermi regalato l'enorme ventaglio blu (in pendant con l'abito che indossavo) che tutti gli ospiti mi hanno invidiato, ad Anna Pelliccia e Stefano Consiglio per il sostegno costante e i mille consigli preziosi, a Max Schioppa per le competenze e la disponibilità, a Giosy Camardella per essersi occupata anche di me nonostante abbia fin troppe cose di cui occuparsi, ad Alì Schisa per la sua caprese al limone e la sua lemon meringue pie e soprattutto per aver tenuto a bada il consorte - stanco e nervoso a fine serata - organizzando con Chiara de Luzenberger, Serena De Martino e Roberto Minutolo una squadra di perfetti confezionatori e dispensatori di doggy-bag per gli ospiti. Grazie a Eleonora Sarracino per aver stipato nella mia auto più cose di quante Eta Beta avrebbe potuto conservare nel suo gonnellino e aver accettato di dormire sul pavimento del mio soggiorno pur di partecipare alla festa. Grazie infine a Ilaria Vitellio, Carla Celestino, Gigi Delehaye, Sonia Ritondale, Shanti Ranchetti per molte delle foto di questo post.

Grazie a Peppe, Lello e Chami, camerieri perfetti che non si sono fermati un attimo e grazie agli addetti della Security Grizzly, così efficienti da impedire l'ingresso perfino a me (Io: "sono Benedetta Gargano". Loro: "Mi dispiace signora, non è in lista". Io: "sono la festeggiata". Loro: "Non ci risulta nessuno con questo cognome". Io: "Sono quella del blog!". Loro: "Quale blog?". Io: "Va be', sono il +1 di Shanti Ranchetti". Loro: "Benvenuta signora, si goda la serata!).

Grazie alla signora che abita nell'appartamento sopra il 137A per il garbo con cui, armata di una funicella, ha calato nel giardino un biglietto con il quale ci invitava gentilmente ad abbassare la musica se non volevamo finire innaffiati dalla pompa con cui dà abitualmente l'acqua alle piante del suo terrazzo.

Grazie a tutti coloro che sono passati a farmi gli auguri (eravate in più di 300!) e in particolare a Diego Nuzzo che ha abbandonato il suo Penguin Cafè in piena serata lavorativa pur di venire a darmi un bacio, facendomi battere il cuore e a Francesca Maione che è venuta alla festa sorreggendosi intrepidamente sulle stampelle per non gravare sul piede fratturato.

E grazie a voi, miei amatissimi lettori, per aver fatto crescere questo blog sgangherato dandogli una visibilità che mai avrei immaginato quando l'anno scorso, piena di timori, scrissi il primo post.

Mentre scrivo, il contatore mi dice che mi avete letta in 25.288.
Non ho parole.


Abiti di scena


Gruppo di lavoro


Accoglienza glitterata agli ospiti stranieri


L'invasione degli ULTRAmuffin!


Appena consegnati dagli sponsor


Fratelli all'opera


Il banner finalmente al suo posto


Prima del montaggio


Fratelli all'opera 2


L'artista e la sua creatura


L'opera in tutto il suo splendore


In fase di allestimento


La Signorina Bobobò fa le prove...


... e io e la Signora Bobobò ci commuoviamo


Io e Shanti in giro per commissioni in vespa


I dj provano l'impianto


Si comincia ad allestire il buffet

















I fantastici tre: Lello, Peppe e Chami


Il gadget della serata
 



Guai a prenderne più di una!


Autoscatto prima di uscire di casa


Il mio arrivo alla festa


Fronte...


...retro


La festa si popola...


... sempre di più


Auguri!


Si fa sera...


... e diamo inizio agli eventi


Io presento la signorina Bobobò...


... e Carla illustra la serata


La dinner boxes girl (al cubo) ci presenta...


... e via con la performance...


... mentre Ilaria ci riprende.


La mostra delle memorabilia del blog













Nina passa a farmi gli auguri




 Marialuisa interpreta "Caccia al ladro"...




... e Gabriella le fa da contrappunto con i suoi segni grafici...


... mentre io mi godo lo spettacolo


Poi è il turno della signorina Bobobò che viene travolta dagli applausi


ma non per questo si monta la testa, anzi si vergogna anche un po'.


Carla mia


Shanti e il consorte (mio)


La mia mamma e il signor Bobobò


Arrivano i cioccolatini...


... e la torta


Io ringrazio tutti come se fossi alla notte degli oscar e nessuno osa interrompermi!


Il giorno dopo gli ospiti si godono il gadget.

E se ancora non vi basta, ecco a voi la mia prima intervista, la video-ricetta che vede protagoniste un po' pasticcione me e la signorina Bobobò, i video delle prove della coreografia (1 e 2) fatte dai Trentola Bros e quello della meravigliosa performance del 21 giugno.

Però vi avverto, la prossima festa la faccio quando avrò raggiunto UN MILIONE di contatti!