Quante volte avete sentito dire che le grassone sono simpatiche, hanno il cuore grande, sono tanto paciose e sempre allegre? Bene, non c'è niente di più falso. Le grassone sono prima di ogni altra cosa arrabbiate, anzi arrabbiatissime. Forse il motivo principale della nostra rabbia è che tutti i normopeso diano per scontato che se uno è grasso è perché gli piace troppo mangiare e non ha la forza di volontà necessaria per smettere. Nessuno pensa mai che l'iperfagia, così come la ben più nota anoressia, sia una malattia. Una malattia infida e sottovalutata che è molto difficile combattere, soprattutto considerando che quella contro la malattia non è l'unica battaglia che le grassone devono sostenere.
Come cantava Tonino Carotone "è un mondo difficile" e le grassone - che, lo so per esperienza, più di ogni altra cosa desiderano sentirsi normali - fanno una fatica improba ad abitarlo, fingendo inoltre di sentircisi perfettamente a proprio agio. Volete qualche esempio? Le donne adorano fare shopping. Per le grassone invece non c'è umiliazione peggiore che entrare in un negozio e affrontare il sorrisetto derisorio di una commessa taglia 38 che ti ritiene pazza perché hai semplicemente osato varcare la soglia del suo tempio dell'eleganza. Per potersi anche solo coprire le pubenda, una grassona deve lambiccarsi il cervello, aggirarsi in incognito nei reparti taglie forti dei grandi magazzini dove, vista la tipologia degli abiti a disposizione, si arguisce che i buyer siano convinti che le grassone siano tutte ottantenni, ordinare su cataloghi on-line abiti scadenti e di dubbio gusto, e in ultima analisi, organizzarsi in proprio e imparare a cucire (io l'ho fatto) e lavorare a maglia.
Dopo tanta fatica, le grassone, splendidamente abbigliate alla cazzo di cane, possono finalmente esordire in società dove in genere capiscono rapidamente che, visto che hanno tanti chili in più, per essere prese in considerazione devono avere "in più" anche molte altre cose. Devono essere più informate, più ironiche, più intelligenti, più colte, più simpatiche, più spregiudicate, più seducenti, più affabili, più versatili, più, più, più... e sopratutto riuscire a dimenticare, e a far dimenticare agli altri, di essere grasse.
Il guaio è che, quando finalmente sei riuscita a portare a termine questa titanica opera di suggestione ipnotica collettiva, roba da far impallidire Giucas Casella, c'è sempre qualcosa che ti colpisce a tradimento, facendoti drammaticamente ricordare quello che sei. Per spiegarci: vai in banca e non riesci a entrare perché la porta a capsula non si chiude e la voce registrata te ne chiarisce il motivo suggerendoti di "uscire e transitare uno alla volta". Prendi un aereo e la cintura di sicurezza non ti si chiude, tu ostenti nonchalance ma una hostess coscienziosa se ne avvede e, in maniera plateale e con un tono di voce decisamente non discreto, informa la collega che al posto XY serve una prolunga per la cintura. Vai a mensa in RAI e scopri che i tavoli hanno una struttura in ferro che ingloba anche le sedie, che quindi non possono essere spostate, e tu lì non c'entri e devi inventarti un impegno improvviso e fuggire, per non sottoporti all'umiliazione di rimanere incastrata mentre sei al cospetto di tutto il centro di produzione.
Fortunatamente c'è una soluzione a tutto. Io ho un conto bancario on-line, chiedo con discrezione una prolunga per la cintura di sicurezza e me la faccio consegnare non appena metto piede in aereo, mi porto il pranzo da casa (come vi ho raccontato qui) e non metto piede in mensa. Quando poi tutto manca, per cavarsela basta ridere di sé stesse, in modo da trasformare un episodio imbarazzante nel cavallo di battaglia dell'aneddotica personale. Ne volete la prova? Eccovi accontentati.
Il mio primo viaggio negli Stati Uniti durò trentasei ore. Non sto parlando della permanenza in loco ma proprio del tempo materiale che ci misi per arrivare da Napoli a Chicago. Era un viaggio universitario, per cui partimmo alla volta dell'aeroporto Leonardo Da Vinci alle quattro del mattino, con un pullman turistico. Avremmo dovuto imbarcarci su un volo Roma-Chicago che partiva alle nove, ma il pulmann ebbe un guasto al motore e arrivammo tardi. Nessun problema, ci avrebbero messi su un volo per Parigi e poi lì avremmo preso un altro volo per Chicago, però dovevamo correre perché stavano già imbarcando. Dopo una corsa frenetica salimmo a bordo ma, arrivati a Parigi, non ci fecero atterrare perché c'era visibilità nulla. Ci spedirono quindi a Ginevra, costringendoci a rimanere seduti ai nostri posti, con l'aereo fermo sulla pista, in attesa che da Parigi ci dessero il via libera per atterrare. Intanto a me venne voglia di fare la pipì ma, ovviamente, quella possibilità non era proprio contemplata e mi fu detto che avrei potuto servirmi di un bagno a Charles De Gaulle. Finalmente tornò la visibilità a Parigi e partimmo di nuovo, ma nel frattempo anche il volo da Parigi per Chicago era partito e quindi al nostro arrivo, sempre a patto di correre come i forsennati per non perderlo, ci dissero che potevano imbarcarci per New York dove avremmo poi preso un altro aereo per la nostra destinazione finale. Naturalmente di andare in bagno non se ne parlava proprio ma io, dopo quasi 14 ore di viaggio, ero sull'orlo della pazzia e quindi, non appena l'aereo ebbe decollato e ci fu consentito alzarci, mi fiondai in bagno.
I bagni degli aerei rappresentano per le grassone un autentico strumento di tortura. È come trovarsi chiuse in un sarcofago, e bisogna aver preso un brevetto da contorsioniste circensi per potersi denudare il minimo necessario, prestare attenzione alle basilari norme di igiene e fare pipì senza perdere l'equilibrio. Riuscire a coordinare tutte le operazioni richiese più di mezz'ora e quando alla fine riemersi dal bagno, la maggior parte degli altri passeggeri, munita di cuscini e coperte, era nel primo sonno. Il mio posto era nella parte anteriore dell'aereo e, per raggiungerlo, dovetti camminare un bel po' fra i sedili urtando, e di conseguenza svegliando, un gran numero di passeggeri. A ogni urto mi giravo e mi scusavo con il poverino di turno, sfoggiando un sorriso contrito e un I'm sorry mortificato. Fu solo quando arrivai a destinazione e mi feci scivolare le mani lungo natiche e cosce per sistemarmi la gonna prima di sedermi, che realizzai la tragedia. Nel rivestirmi in modalità Houdini nel microbagno dell'aereo, avevo fatto impigliare l'orlo della gonna nell'elastico dei collant, trasformandola in una sorta di sipario spalancato sul mio culone immenso e, se mai avessi avuto anche una sola chance di passare inosservata, l'avevo sprecata attirando l'attenzione di tutti i passeggeri lato corridoio, quando li avevo urtati.
Per la vergogna desiderai che l'aereo sprofondasse nell'oceano ma, si sa, i desideri raramente si avverano.
Per fortuna.
MOUSSE DIETETICA DI RICOTTA CON SALSA DI PERA
Per 4 persone
Per la mousse:
300 g di ricotta di fuscella
2 albumi
1 cucchiaio di cacao amaro
1 pizzico di cannella
dolcificante liquido (tipo TIC o Dulceril)
Per la salsa di pere
2 pere williams
cannella in polvere
zenzero in polvere
dolcificante
Una grassona che si rispetti è, per definizione, perennemente a dieta, ma siccome non sta scritto da nessuna parte che le diete debbano essere tristi e punitive, ecco una ricetta facile e veloce che darà un tocco gourmand al vostro regime alimentare.
Passare la ricotta al setaccio (e per setaccio intendo proprio il setaccio a maglia fitta. Non sono ammessi né passaverdura, né schiacciapatate) in modo da renderla un velluto. Dolcificarla a piacere, aggiungere il cacao setacciato, la cannella e mescolare bene. Montare a neve ferma gli albumi e incorporarli alla ricotta, facendo attenzione a mescolare dal basso verso l'alto. Mettere in frigo per almeno un paio d'ore, ma facciamo anche tre. Nel frattempo sbucciare le pere e tagliarle a pezzetti avendo cura però di tenerne da parte 4 fettine per la decorazione. Mettere le pere in una casseruola dal fondo spesso, aggiungere dolcificante, cannella e zenzero secondo il proprio gusto, bagnare con un dito d'acqua e lasciar cuocere finché le pere non saranno morbide. A questo punto frullare con il minipimer e lasciar raffreddare. Grigliare infine le fettine di pera per la decorazione in una padellina antiaderente aggiungendo un po' di zenzero. Formare delle quenelle con la mousse di ricotta (l'occhio vuole la sua parte, specialmente se si sta a dieta) e adagiarle sulla salsa di pere messa a specchio sul piatto. Guarnire con la pera grigliata, spolverizzare con zenzero e cannella e assaporare con calma per prolungarne il piacere.