mercoledì 12 ottobre 2011

Luoghi comuni



Quante volte avete sentito dire che le grassone sono simpatiche, hanno il cuore grande, sono tanto paciose e sempre allegre? Bene, non c'è niente di più falso. Le grassone sono prima di ogni altra cosa arrabbiate, anzi arrabbiatissime. Forse il motivo principale della nostra rabbia è che tutti i normopeso diano per scontato che se uno è grasso è perché gli piace troppo mangiare e non ha la forza di volontà necessaria per smettere. Nessuno pensa mai che l'iperfagia, così come la ben più nota anoressia, sia una malattia. Una malattia infida e sottovalutata che è molto difficile combattere, soprattutto considerando che quella contro la malattia non è l'unica battaglia che le grassone devono sostenere.

Come cantava Tonino Carotone "è un mondo difficile" e le grassone - che, lo so per esperienza, più di ogni altra cosa desiderano sentirsi normali - fanno una fatica improba ad abitarlo, fingendo inoltre di sentircisi perfettamente a proprio agio. Volete qualche esempio? Le donne adorano fare shopping. Per le grassone invece non c'è umiliazione peggiore che entrare in un negozio e affrontare il sorrisetto derisorio di una commessa taglia 38 che ti ritiene pazza  perché hai semplicemente osato varcare la soglia del suo tempio dell'eleganza. Per potersi anche solo coprire le pubenda, una grassona deve lambiccarsi il cervello, aggirarsi in incognito nei reparti taglie forti dei grandi magazzini dove, vista la tipologia degli abiti a disposizione, si arguisce che i buyer siano convinti che le grassone siano tutte ottantenni, ordinare su cataloghi on-line abiti scadenti  e di dubbio gusto, e in ultima analisi, organizzarsi in proprio e imparare a cucire (io l'ho fatto) e lavorare a maglia.

Dopo tanta fatica, le grassone, splendidamente abbigliate alla cazzo di cane, possono finalmente esordire in società dove in genere capiscono rapidamente che, visto che hanno tanti chili in più, per essere prese in considerazione devono avere "in più" anche molte altre cose. Devono essere più informate, più ironiche, più intelligenti, più colte, più simpatiche, più spregiudicate, più seducenti, più affabili, più versatili, più, più, più... e sopratutto riuscire a dimenticare, e a far dimenticare agli altri, di essere grasse.

Il guaio è che, quando finalmente sei riuscita a portare a termine questa titanica opera di suggestione ipnotica collettiva, roba da far impallidire Giucas Casella, c'è sempre qualcosa che ti colpisce a tradimento, facendoti drammaticamente ricordare quello che sei. Per spiegarci: vai in banca e non riesci a entrare perché la porta a capsula non si chiude e la voce registrata te ne chiarisce il motivo suggerendoti di "uscire e transitare uno alla volta". Prendi un aereo e la cintura di sicurezza non ti si chiude, tu ostenti nonchalance ma una hostess coscienziosa se ne avvede e, in maniera plateale e con un tono di voce decisamente non discreto, informa la collega che al posto XY serve una prolunga per la cintura. Vai a mensa in RAI e scopri che i tavoli hanno una struttura in ferro che ingloba anche le sedie, che quindi non possono essere spostate, e tu lì non c'entri e devi inventarti un impegno improvviso e fuggire, per non sottoporti all'umiliazione di rimanere incastrata mentre sei al cospetto di tutto il centro di produzione.

Fortunatamente c'è una soluzione a tutto. Io ho un conto bancario on-line, chiedo con discrezione una prolunga per la cintura di sicurezza e me la faccio consegnare non appena metto piede in aereo, mi porto il pranzo da casa (come vi ho raccontato qui) e non metto piede in mensa. Quando poi tutto manca, per cavarsela basta ridere di sé stesse, in modo da trasformare un episodio imbarazzante nel cavallo di battaglia dell'aneddotica personale. Ne volete la prova? Eccovi accontentati.

Il mio primo viaggio negli Stati Uniti durò trentasei ore. Non sto parlando della permanenza in loco ma proprio del tempo materiale che ci misi per arrivare da Napoli a Chicago. Era un viaggio universitario, per cui  partimmo alla volta dell'aeroporto Leonardo Da Vinci alle quattro del mattino, con un pullman turistico. Avremmo dovuto imbarcarci su un volo Roma-Chicago che partiva alle nove, ma il pulmann ebbe un guasto al motore e arrivammo tardi. Nessun problema, ci avrebbero messi su un volo per Parigi e poi lì avremmo preso un altro volo per Chicago, però dovevamo correre perché stavano già imbarcando. Dopo una corsa frenetica salimmo a bordo ma, arrivati a Parigi, non ci fecero atterrare perché c'era visibilità nulla. Ci spedirono quindi a Ginevra, costringendoci a rimanere seduti ai nostri posti, con l'aereo fermo sulla pista, in attesa che da Parigi ci dessero il via libera per atterrare. Intanto a me venne voglia di fare la pipì ma, ovviamente, quella possibilità non era proprio contemplata e mi fu detto che avrei potuto servirmi di un bagno a Charles De Gaulle. Finalmente tornò la visibilità a Parigi e partimmo di nuovo, ma nel frattempo anche il volo da Parigi per Chicago era partito e quindi al nostro arrivo, sempre a patto di correre come i forsennati per non perderlo, ci dissero che potevano imbarcarci per New York dove avremmo poi preso un altro aereo per la nostra destinazione finale. Naturalmente di andare in bagno non se ne parlava proprio ma io, dopo quasi 14 ore di viaggio, ero sull'orlo della pazzia e quindi, non appena l'aereo ebbe decollato e ci fu consentito alzarci, mi fiondai in bagno.

I bagni degli aerei rappresentano per le grassone un autentico strumento di tortura. È come trovarsi chiuse in un sarcofago, e bisogna aver preso un brevetto da contorsioniste circensi per potersi denudare il minimo necessario, prestare attenzione alle basilari norme di igiene e fare pipì senza perdere l'equilibrio. Riuscire a coordinare tutte le operazioni richiese più di mezz'ora e quando alla fine riemersi dal bagno, la maggior parte degli altri passeggeri, munita di cuscini e coperte, era nel primo sonno. Il mio posto era nella parte anteriore dell'aereo e, per raggiungerlo, dovetti camminare un bel po' fra i sedili urtando, e di conseguenza svegliando, un gran numero di passeggeri. A ogni urto mi giravo e mi scusavo con il poverino di turno, sfoggiando un sorriso contrito e un I'm sorry mortificato. Fu solo quando arrivai a destinazione e mi feci scivolare le mani lungo natiche e cosce per sistemarmi la gonna prima di sedermi, che realizzai la tragedia. Nel rivestirmi in modalità Houdini nel microbagno dell'aereo, avevo fatto impigliare l'orlo della gonna nell'elastico dei collant, trasformandola in una sorta di sipario spalancato sul mio culone immenso e, se mai avessi avuto anche una sola chance di passare inosservata, l'avevo sprecata attirando l'attenzione di tutti i passeggeri lato corridoio, quando li avevo urtati. 

Per la vergogna desiderai che l'aereo sprofondasse nell'oceano ma, si sa, i desideri raramente si avverano.
Per fortuna.


MOUSSE DIETETICA DI RICOTTA CON SALSA DI PERA
Per 4 persone

Per la mousse:
300 g di ricotta di fuscella
2 albumi
1 cucchiaio di cacao amaro
1 pizzico di cannella
dolcificante liquido (tipo TIC o Dulceril)

Per la salsa di pere
2 pere williams
cannella in polvere
zenzero in polvere
dolcificante

Una grassona che si rispetti è, per definizione, perennemente a dieta, ma siccome non sta scritto da nessuna parte che le diete debbano essere tristi e punitive, ecco una ricetta facile e veloce che darà un tocco gourmand al vostro regime alimentare.

Passare la ricotta al setaccio (e per setaccio intendo proprio il setaccio a maglia fitta. Non sono ammessi né passaverdura, né schiacciapatate) in modo da renderla un velluto. Dolcificarla a piacere, aggiungere il cacao setacciato, la cannella e mescolare bene. Montare a neve ferma gli albumi e incorporarli alla ricotta, facendo attenzione a mescolare dal basso verso l'alto. Mettere in frigo per almeno un paio d'ore, ma facciamo anche tre. Nel frattempo sbucciare le pere e tagliarle a pezzetti avendo cura però di tenerne da parte 4 fettine per la decorazione. Mettere le pere in una casseruola dal fondo spesso, aggiungere dolcificante, cannella e zenzero secondo il proprio gusto, bagnare con un dito d'acqua e lasciar cuocere finché le pere non saranno morbide. A questo punto frullare con il minipimer e lasciar raffreddare. Grigliare infine le fettine di pera per la decorazione in una padellina antiaderente aggiungendo un po' di zenzero. Formare delle quenelle con la mousse di ricotta (l'occhio vuole la sua parte, specialmente se si sta a dieta) e adagiarle sulla salsa di pere messa a specchio sul piatto. Guarnire con la pera grigliata, spolverizzare con zenzero e cannella e assaporare con calma per prolungarne il piacere.


martedì 4 ottobre 2011

Impara l'arte e mettila da parte


Le prime vacanze estive che io e il consorte abbiamo trascorso insieme sono state in montagna, a Roccaraso, dove io ho casa da sempre. Per convincerlo a partire ci volle il bello e il buono perché lui, che fino a quel momento aveva passato tutte le estati della sua vita tuffandosi ora nel mare di Ischia, ora in quello che lambisce le coste francesi, aveva un'avversione quasi genetica per qualsiasi località non fosse a quota zero. Io invece - che provo una voglia incredibile di correre (ma poi non lo faccio per paura che mi venga un infarto) e cantare a squarciagola "the hills are alive with the sound of music" ogni volta che vedo un montarozzo verde, tanto sono felice - ero sicura che avrebbe trovato la montagna rilassante ma al tempo stesso piena di stimoli e che la nostra sarebbe stata una vacanza indimenticabile. In effetti lo fu, ma per motivi completamente diversi da quelli che avevo immaginato.

Il consorte si rilassò talmente tanto, che trascorse i primi giorni in un stato letargico da cui riemergeva solo per nutrirsi, salvo poi annunciare, con tono disinvolto e l'ultimo boccone ancora da mandare giù, "Bene, io andrei a farmi un riposino". Insomma, io facevo passeggiate lunghissime con i nostri cani, e lui dormiva; andavo a funghi, e lui dormiva; coglievo le amarene e facevo la marmellata, e lui dormiva. Dopo una settimana di questo avvilente tran tran, decisi di correre ai ripari e cominciai a somministrargli dosi massicce di caffè per tenerlo sveglio. Non fu un gran successo, ma ottenni che almeno si spostasse dal letto alla sdraio in giardino, con al seguito un libro preso a casaccio nella mini biblioteca di casa. Il libro in questione era I pilastri della Terra di Ken Follett, uno di quegli easy reading con poco stile e molto plot, che però quando prendi in mano non riesci più a mollare. E infatti il consorte non lo mollò e, scoprendosi avido lettore, cominciò a trascorrere più tempo in compagnia di Ken Follett che con me.

Immagino che molti di voi abbiano letto questo libro ma per coloro che invece ne ignorano il contenuto, riassumerò la trama riducendola all'essenziale (e qui ci vuole un triplo salto mortale, perché stiamo parlando di più di mille pagine di roba). Siamo in Inghilterra, agli inizi del XII secolo e tutto - amori, tradimenti, lotte per il potere, complotti, nascite, morti, rovesci finanziari, improvvise fortune... insomma, altro che soap opera! - ruota intorno alla costruzione di una cattedrale gotica per il priorato dell'immaginaria cittadina di Kingsbridge. Protagonista della prima parte del libro (la storia copre un arco temporale di 50 anni) è Tom il costruttore, colui che per primo cura il progetto della cattedrale e ne avvia il cantiere.

Avete presente quando da bambini andavate al cinema e, finito il film, eravate così esaltati che volevate fare le stesse cose del protagonista? A me succedeva con Calamity Jane, al consorte accadde con Tom il costruttore; solo che il consorte aveva già più di trent'anni. Sorto dalla sdraio, nei rari momenti in cui interrompeva la lettura, si guardava intorno con occhio clinico in cerca di qualcosa da riparare e progettando migliorie da fare in casa o in giardino. Il povero che, avendo studiato scienze politiche, era considerato un po' l'intellettuale di famiglia, e di conseguenza tenuto alla larga da qualsiasi operazione di bricolage dal padre pittore e dal fratello scenografo, a Roccaraso, lontano dal loro giudizio, fu finalmente libero di esprimersi.

Dopo lunghe consultazioni con la signora Chiaverini, proprietaria dell'unico negozio di ferramenta e materiali edili del paese, cominciò con opere di falegnameria, smontando tutti gli scuri e restaurandoli con pazienza fino a farli diventare come nuovi, poi passò alle opere murarie, rifacendo il tetto in tegole della legnaia e infine si dette alla pittura, dipingendo di color lavanda la nostra camera da letto. Improvvisamente cominciò a vedere il mondo con occhi diversi, qualsiasi cosa poteva essere aggiustata, rimodernata, riutilizzata, trasformata. Proponeva passeggiate in montagna per raccogliere pietre con cui bordare le aiuole, incursioni nel bosco per raccogliere legna per la staccionata. A breve diventò estenuante e, chi l'avrebbe mai detto,  finii col rimpiangere i primi giorni di vacanza in cui il consorte dormiva e neanche in sogno immaginava di trasformare la casa in un cantiere. Quando mi annunciò che avrebbe messo mano alla canna fumaria del camino, capii che bisognava fermarlo ma ormai era troppo tardi. "Christian!" - lo chiamai con tono battagliero ma lui, voltandosi con le braccia conserte e il trapano accostato al torace e impugnato a mo' di pistola, mi redarguì: "Da oggi chiamami il costruttore. Tom il costruttore".


INVOLTINI DI PROSCIUTTO DI MAIALE ALL'ARANCIA CON RIPIENO RICICLATO
Per 4 persone

4 fette di prosciutto di maiale
1 cipolla bianca bella grande
il succo di 3 arance
le zeste di un'arancia
1 pugnetto di uva passa
olio EVO, sale, pepe

PER IL RIPIENO
Pangrattato
Parmigiano
scorza d'arancia grattugiata
succo d'arancia
pistacchi
uva passa
olio EVO

Visto che siamo in argomento, si sappia che io ho verso la cucina lo stesso atteggiamento che ha il consorte nei confronti delle opere di bricolage: non getto via niente ma trasformo e riciclo qualsiasi cosa (una volta ho perfino fatto una frittata con un residuo di minestrone, e ho detto tutto). Questi involtini sono stati infatti preparati, in un afflato creativo del sabato sera, con il ripieno avanzato delle alici cucinate per la cena dei 70 anni di mia madre, il mercoledì precedente. Nell'elenco degli ingredienti del ripieno non ci sono quindi  indicazioni per le quantità, ma non dovrebbe essere difficile mescolarli secondo il vostro gusto, avendo cura che il pangrattato prevalga comunque su tutti gli altri e che i pistacchi diano la giusta nota croccante. 


Battete un po' le fettine di maiale in modo da assottigliarle e allargarle per bene. Spargete uniformemente su ogni fettina tanto ripieno quanto basta a ricoprirla completamente, ripiegate i bordi laterali di ogni fettina così che il ripieno non fuoriesca, e poi arrotolatela su se stessa fino a ottenere un rotolino compatto che poi legherete con dello spago da cucina. In un tegame, fate appassire la cipolla tritata in un paio di cucchiai d'olio, quindi aggiungete gli involtini e sigillateli per bene facendoli rosolare su tutti i lati. A questo punto aggiungete l'uva passa, le zeste dell'arancia e, dopo un minuto, il succo delle arance filtrato.  Aggiustate di sale e di pepe e lasciate cuocere lentamente a fuoco dolce fin quando il succo d'arancia non si sarà ristretto del tutto, assumento una consistenza quasi gelatinosa. Fate intiepidire, tagliate l'involtino a fettine doppie un centimetro e mezzo e servitele - sempre se vi va - con del purè di patate fatto in casa.

EPILOGO

Nel 2007, diciotto anni dopo la pubblicazione de I pilastri della Terra, è uscito Mondo senza fine che, essendo ambientato a Kingsbridge 200 anni dopo l'inizio della costruzione della cattedrale, né è l'ideale prosecuzione. Sicura che sarebbe stato un regalo graditissimo, l'ho comprato al consorte lo stesso giorno in cui è stato messo in vendita, ma il libro non ha esercitato su di lui il medesimo fascino del precedente. Dopo 4 anni di giacenza sul ripiano del comodino (e una breve incursione a Stromboli dove,  a dispetto della fatica che il trasporto di quel tomo da 1400 pagine e più ha richiesto, non è stato mai aperto), Mondo senza fine lo sto leggendo io. Meglio così, perché stavolta il costruttore di turno edifica un ponte. 

Non oso immaginare cosa si sarebbe inventato il consorte pur di emularlo.

martedì 27 settembre 2011

Essi vivono

Perdonatemi, ma anche questa volta il titolo del post è ingannevole e John Carpenter non  ha niente a che fare con quello di cui parlerò (benché Essi vivono abbia invece moltissimo a che fare con la situazione attuale del nostro paese).  Ladies and gentlemen, oggi si parla di digestione e dei problemi ad essa legati! Gioite, please.

La mia mitica nonna - che ha 94 anni e una salute inossidabile - è una virtuosa dei disturbi di stomaco che conosce, e ha sperimenteto, in ogni possibile variante. Acidità, pesantezza, crampi, spasmi, gonfiore, dolore... se proprio non riesce a incasellare il disturbo fra quelli conosciuti, sostiene di avere una pena di stomaco i cui sintomi, nonostante indagini accurate (non mediche, investigative. Per capirci, le ho fatto più domande di quante gliene avrebbe fatte Miss Marple), rimangono ancora un mistero.

La nonna sfugge a ogni regola, perché le dànno fastidio le cose più impensate. Che so, il merluzzetto bollito per lei è come l'anticristo mentre non ha nessun problema con le fritture, di cui è ghiottissima. A prescindere dalle simpatiche peculiarità di mia nonna, c'è però un ortaggio che, credo, sia indigeribile per i più: il peperone. 

Se, come dice un mio amico, la birra nel corpo umano è solo di passaggio, i peperoni sono destinati a rimanervi molto, molto a lungo. Insomma, essi vivono in noi e ci tengono compagnia per una buona giornata (anche se il mio record personale l'ho registrato al Cairo e i peperoni non c'entravano niente. Si trattava di una polpettina speziatissima - vai a capire cosa contenesse - mangiata al Khan el Khalili e digerita quindici giorni dopo ad Assuan). Se siete disposti a tollerare questo piacevole effetto collaterale, complimenti! Siete nel posto giusto e qui c'è la ricetta che fa per voi.


PEPERONI RIPIENI DI PASTA
Per 4 persone

4 peperoni (meglio se tondi)
200 g di pasta corta
1 barattolo di filetti di pomodoro
100 g olive nere snocciolate
1 pugno di capperi sotto sale
2 spicchi d'aglio
100 g di scamorza bianca
basilico, pepe, olio EVO

 

Questo è il tipico piatto poca spesa, molta resa perché si prepara in dieci minuti ma è molto scenografico e fa la sua figura. Ok, partiamo. In un tegame capiente, mettete a rosolare l'aglio in 4 cucchiai d'olio. Aggiungete le olive e i capperi (io non li sciacquo e poi non aggiungo altro sale, ma - come sempre - voi fate come meglio credete) e, dopo qualche attimo, i filetti di pomodoro e il basilico. Lasciate cuocere a fuoco dolce (considerate che la salsa si deve insaporire ma non tirare troppo) e nel frattempo lavate e pulite i peperoni in questo modo: effettuate un taglio circolare intorno al picciolo, toglietelo, asportate la parte bianca spugnosa quindi svuotate i peperoni dei semi e delle nervature bianche (aiutatevi con uno scavino) facendo attenzione a non romperli.  A questo punto la salsa dovrebbe essere pronta. Spegnete il fuoco e rovesciate nel tegame la pasta corta (CRUDA) mescolando bene per condirla uniformemente. Riempite i peperoni fino alla metà con la pasta, inserite quindi qualche dadino di scamorza, e aggiungete tanta pasta quanta ne serve per arrivare al bordo. Coprite ogni peperone con il proprio picciolo (qui a Napoli diremmo turzillo), sistemateli in una teglia, irrorateli con un filo d'olio e infornateli a 160° (in forno FREDDO) per un'oretta. Sfornate, lasciate riposare per una decina di minuti e poi godeteveli, cercando di non pensare a quello che succederà dopo.


Dopotutto, domani è un altro giorno.

 

mercoledì 21 settembre 2011

Una serie di sfortunati eventi


Chiarisco subito che questo post non ha nulla a che vedere con il film ma - da brava sceneggiatrice ne sono tristemente consapevole - spesso la realtà supera di gran lunga la finzione. Tutto è cominciato la settimana scorsa... No, per la verità tutto è cominciato molto molto tempo prima, mi sembra sia stato una mattina di quasi due anni fa... (A questo punto vi chiedo di fare uno sforzo e immaginare il mio viso che scompare in dissolvenza incrociata, lasciando apparire al suo posto - con un appropiato effetto flou che ci riporta al passato - la mia cucina, rischiarata appena dalle prime luci di un mattino piovoso, mentre la mia voce fuori campo continuerà a guidarvi nel racconto. Insomma, fate finta di essere al cinema. Ci siete? Allora possiamo proseguire!)

Il bollitore per il tè era già sul fuoco e io aspettavo di sentirne il familiare fischio dal mio studio, mentre controllavo la posta del mattino (posta elettronica, ovviamente) quando il gentile consorte, ancora assonnato e in pigiama, venne a darmi la ferale notizia. "Bene, il microonde si è rotto" - là per là non registrai la cosa e, stancamente, come ogni mattina, rimproverai mio marito di quella sua mania. Per quale motivo, visto che il bollitore era sul fuoco, lui doveva giocare d'anticipo e mettere a scaldare il suo caffè solubile (perdonatelo, in questo la sua metà francese del DNA ha la meglio su quella napoletana) nel microonde facendo, fra l'altro, spesso e volentieri strabordare il contenuto della tazza sul piatto girevole? Il consorte, paziente, puntualizzò che non l'avevo ascoltato. Per quella mattina non avrebbe rovesciato un bel niente sul piatto girevole, perché il microonde si era rotto.

Gridai alla tragedia - più per principio che per altro, visto che il microonde non lo usavo poi tanto - e dichiarai battagliera che bisognava portarlo ad aggiustare prima di subito. Il consorte (l'unico che il microonde lo usava davvero) fu immediatamente d'accordo. Avrebbe provveduto lui, bastava che gli dessi l'indirizzo dell'assistenza. Niente di più facile, se non fosse che una rapida ricerca sul web ci fece drammaticamente scoprire che la maledetta assistenza era più irraggiungibile della vetta dell'Everest. Praticamente il consorte avrebbe dovuto dedicare un'intera giornata alla consegna dello stronzissimo elettrodomestico, che aveva avuto l'impudenza di rompersi giusto un anno dopo l'acquisto (ma guarda tu, proprio allo scadere della garanzia!), e un'altra giornata per recuperarlo al centro assistenza. Ciononostante mi assicurò che non c'era problema; appena avesse avuto un giorno libero, avrebbe agito.

Passarono i giorni, le settimane, i mesi e infine gli anni senza che il gentile consorte avesse un attimo di respiro, e il povero microonde - dapprima malfunzionante e poi definitivamente morto - fu lentamente relegato da mio marito al ruolo di armadietto di cucina, un posto dove custodire gelosamente qualche avanzo serale da consumare poi il giorno dopo nella solitudine delle sue pause pranzo casalinghe.

Arriviamo così alla settimana scorsa quando mio marito comincia ad aggirarsi per casa fiutando l'aria come un cane da tartufo. "Bene, tu non senti niente?" - Io, che mi sono massacrata il naso con continue overdosi di vicks sinex (è stato più facile smettere di fumare e perdere 40 kg, che disintossicarmi dal decongestionante della mucosa nasale!), ho notoriamente un olfatto ondivago e quindi non facevo che ripetere che no, non sentivo niente. Ma il consorte insisteva. Era certo del fatto suo: entrando in cucina, più o meno all'altezza della dispensa, si sentiva odore di rancido; insomma, un odore come di carne putrefatta. Mi sono fidata e, temendo che uno dei nostri tre cani avesse nascosto un bocconcino prelibato sotto qualche mobile, ho proceduto alla pulizia sistematica e definitiva di tutto il pavimento, togliendo battiscopa e spostando mobili, ma non c'è stato niente da fare. La sentenza era sempre la stessa: il fetore persisteva! 

L'arcano è stato svelato qualche sera dopo quando la mia metà (e lo è davvero visto che pesa la metà di quel che peso io) è stata colta da una folgorazione. La settimana prima avevamo comprato un pollo arrosto in rosticceria, lui aveva mangiato le due cosce, io uno dei due petti e il resto era stato da lui riposto con cura nel microonde e lì dimenticato. A quel punto la mia ira si è rivelata più funesta di quella del pelide Achille - ma ritengo di aver avuto tutte le ragioni - e ho preso a inveire contro il consorte imponendogli di chiamare l'ASIA e sbarazzarsi sia del microonde che del cadavere putrefatto del pollo.

Già così sarebbe abbastanza, ma il meglio è venuto dopo. Il giorno seguente, dopo la lite furiosa della sera prima, decido di scambiare con mio marito un segno di pace e gli propongo di andare insieme a comprare un microonde nuovo. Arriviamo al negozio ma non c'è parcheggio perciò lui decide di rimanere in macchina - momentaneamente in doppia fila - e io mi fiondo dentro per concludere l'acquisto. La scelta si rivela però più difficile del previsto e quindi, dall'interno del negozio, chiamo il consorte per una breve consulenza telefonica. Dissipato ogni dubbio, pago ed esco trionfante, salvo trovare il consorte ostaggio di due vigilesse che, mentre lui appare affranto, mi spiegano l'accaduto. Le perfide, mentre lui era parcheggiato e parlava al cellulare con me, gli avevano fatto cenno con molta insistenza di circolare. Il poveretto, sovrappensiero, si era affrettato a eseguire e a quel punto si era visto schiaffare una paletta sul parabrezza. Per averlo sorpreso (sigh!) alla guida senza cintura e intento a parlare al cellulare, le arpie ingannatrici avrebbero dovuto affibbiargli più di 300€ di multa ma erano disposte a chiudere un occhio sulla cintura e fare un verbale esclusivamente per il cellulare.

Ora, se c'è una cosa che mi fa impazzire è questo apparente essere magnanimi da parte dei poliziotti. Insomma, o ho commesso un'infrazione, e allora pretendo di pagarla, oppure non l'ho commessa e allora è inutile che tu poliziotto stai lì a fare esercizio di potere e di finta conciliazione. Per farla breve la situazione ha rischiato seriamente di degenerare e, prima che fossi arrestata per oltraggio a pubblico ufficiale, mio marito ha dovuto letteralmente trascinarmi via. Siamo arrivati a casa senza aver scambiato neanche una parola, stremati da quelle ultime ore e, muti ed efficienti, abbiamo disimballato il microonde per metterlo al suo posto dove - poteva mai finire bene questa storia? - non è entrato perché avevo preso male le misure.

Di comune accordo abbiamo deciso che mai più nella vita un microonde entrerà in casa nostra e, per evitare che accadesse la stessa cosa anche col pollo, quella sera ci siamo consolati così...


BOCCONCINI DI POLLO CON GERMOGLI DI SOIA E RISO BASMATI
Per 2 persone

300 g di filetto di pollo
250 g di germogli di soia freschi
1 cipolla bella grande
100 g di riso basmati
3 cucchiai d'olio EVO
3 cucchiai di salsa di soia
5 cucchiai di aceto balsamico
sale a piacere

Fate un battuto con la cipolla e mettetela a rosolare con l'olio in un wok (tanto per sentirvi esotici, ma va bene una qualsiasi padella capiente), aggiungete il filetto di pollo tagliato in pezzetti di circa 2 cm di lato e fatelo saltare fin quando non sarà dorato. A questo punto tirate il pollo con la soia e l'aceto balsamico e, un attimo prima che il liquido sia completamente assorbito, unite al tutto i germogli di soia. Quando il liquido sarà assorbito, i germogli di soia appassiti ma ancora croccanti e il tutto piacevolmente caramellato, aggiungete il riso basmati che avrete lessato a parte. Date un'ultima saltata generale, e - se ci riuscite - mangiate con le bacchette giusto per darvi un tono etno-chic. 


sabato 17 settembre 2011

A proposito di Mildred


Confesso che avendo molto amato Il romanzo di Mildred (e con lui una caterva di mélo americani che ho guardato avidamente durante l'adolescenza; giusto per fare qualche titolo: Come le foglie, Lo specchio della vita, Femmina folle...), ho accolto la notizia che l'HBO volesse farne una miniserie con un certo scetticismo. Per carità, io nutro una venerazione per l'HBO che sicuramente, a partire dagli anni novanta, ha prodotto i serial più interessanti e innovativi (Sex & the City, i Soprano, The Wire, Oz, Six Feet Under... e ancora In Treatment, Boardwalk Empire), ma guai a chi mi tocca le icone assolute. Insomma, per capirci, se qualcuno dovesse mai avere l'insana idea di fare un film tratto da Cent'anni di solitudine, andrei di sicuro a sabotare il set.

Con questi presupposti, la primavera scorsa mi sono accinta alla visione della Mildred Pierce HBO, ma mi sono dovuta ricredere fin dai titoli di testa, meravigliosi nella loro austerità, disegnati da Marlene McCarty in stile anni '30. Contrariamente al film di Curtiz, la miniserie diretta da Todd Haynes (che ne ha firmato anche la sceneggiatura con Jon Raymond e Jonathan Raymond, e aveva già dato prova di saperci fare col mélo quando diresse Lontano dal paradiso) è più fedele al romanzo di J. M. Cain sia nell'epilogo che nel suo svolgimento lineare. Infatti mentre il film comincia dalla fine della storia per poi raccontarla tutta in flashback con toni decisamente noir, la miniserie parte proprio dal momento in cui, già nel pieno della grande depressione e quindi ormai quasi sul lastrico, Mildred mette alla porta il marito che la tradisce.

Per farvi capire quanto ho amato questa miniserie, vi basterà sapere che vista la prima puntata ho voluto subito vedere la seconda, e poi la terza, e poi la quarta... insomma, non mi sono data pace fin quando non l'ho finita. Mildred, splendidamente interpretata da una Kate Winslet che con gli anni diventa sempre più brava e bella (beata lei), è una donna di quelle che piacciono a me. Intraprendente, impavida, volitiva, tenace al limite dell'ostinazione. Le avversità non la abbattono, il dolore la fa diventare più forte, l'orgoglio la spinge a non mostrarsi mai vinta, anche quando lo è. Tutte queste caratteristiche, che rendevano algida e distaccata Joan Crawford (l'indimenticabile Mildred Pierce di Curtiz, ruolo per cui vinse l'oscar), ci vengono invece restituite dalla Winslet con un retrogusto dolente che fa della sua Mildred una creatura decisamente più umana, con cui è molto più facile empatizzare.

Sebbene il ritmo della narrazione sia un po' lento (e questa, insieme all'interpretazione del da me detestato Guy Pierce, è l'unica pecca che abbia trovato in questa miniserie), le scenografie, i costumi, il casting, le musiche, la fotografia, sono così accurati da far dimenticare ogni lungaggine. Inevitabilmente, ammaliati da tutto il contesto, ci si appassiona all'epopea di questa donna e io, pur sapendo perfettamente dove si stava andando a parare, facevo quasi il tifo per Mildred sperando che la sua ostinazione - grande forza propulsiva ma anche terribile punto debole - non le fosse fatale.

A questo punto mi fermo, non dirò di più, perché Mildred Pierce andrà in onda a ottobre su Sky cinema e non voglio rovinare a nessuno il piacere di assaporarne ogni singolo fotogramma (fra l'altro sono sicura che domani sera - avendo ben 21 candidature - la miniserie si porterà a casa un bel po' di Emmy). Una cosa però posso anticiparvela, anche perché credo sia nota ai più. Mildred riesce a far fortuna e a cambiare la propria vita cucinando (come vorrei poterlo fare anch'io!) ed è proprio con lei che prepara torte, che comincia la miniserie. Una meravigliosa sequenza d'apertura giocata su un doppio fuoco, che è una goduria per gli occhi, non solo per le ricette, ma anche per gli arredi e gli utensili d'epoca che qualsiasi cuochessa romantica e nostalgica come me, vorrebbe portarsi a casa.

In omaggio a Mildred, oggi si prepara quindi una torta, e più precisamente la Lemon Meringue Pie che lei - ve ne accorgerete anche voi sebbene non la si nomini mai - confeziona fra gli altri dolci nella sequenza d'apertura. Speriamo di essere all'altezza!



LEMON MERINGUE PIE
(nella fantastica versione di Angela Nilsen)

Per la base:

175 g di farina
100 g di burro ben freddo tagliato in piccoli pezzi
1 cucchiaio di zucchero a velo
1 cucchiaio di acqua fredda
1 tuorlo (conservate l'albume per la meringa)

Per la crema di limone:

100 g di zucchero semolato
2 cucchiai rasi di maizena
la buccia grattugiata di due limoni
125 ml di succo di limone
il succo di un'arancia più tanta acqua quanta è necessaria a raggiungere 200 ml
85 g di burro
3 tuorli (come prima, conservate gli albumi per la meringa)
1 uovo intero

Per la meringa

4 albumi
200 g di zucchero semolato
2 cucchiai di maizena

Mettetevi una bel grembiule, rimboccatevi le maniche e avviate la pasta per la base fregandovene bellamente della filologia e ricordandovi che siamo pur sempre nel terzo millennio, ovvero: mettete tutto nel mixer che azionerete a intermittenza fin quando non si sarà formato un composto compatto. Stendete poi con il mattarello l'impasto ottenuto su un bel foglio di cartaforno (sempre per essere pratici) e rivestite una teglia che abbia 23cm di diametro e 2,5 di altezza, molto, moltissimo meglio se è con il fondo removibile. Bucherellate la base con una forchetta e mettetela in frigo a riposare per almeno 30 minuti.
Nel frattempo preriscaldate il forno a 200° e avviate la crema al limone (che poi altro non è che un lemon curd), mescolando in una pentola dal fondo spesso la buccia di limone grattugiata, la maizena e lo zucchero, per poi diluirli a poco a poco con il succo di limone e la mistura di succo d'arancia e acqua. Spostatevi sul fuoco e, mescolando di continuo con una frusta, cuocete fin quando la crema non diventerà densa e liscia. A questo punto tirate via dal fuoco e, sempre mescolando con la frusta, aggiungete il burro a pezzetti. Quando il burro sarà sciolto e perfettamente amalgamato, aggiungete i tre tuorli e l'uovo, sbattuti insieme. Mescolate vigorosamente e riprendete la cottura - sempre mescolando, guai a smettere! - fin quando la crema si sarà nuovamente addensata.
Mettete da parte la crema, infornate la base ricoperta di carta forno e fagioli secchi per 20 minuti  (poi sbarazzatevi della carta e dei fagioli e continuate la cottura della base ancora per 5 o 10 minuti, insomma fin quando non è ben dorata) e intanto avviate la meringa. Anche in questo caso, che non vi punga vaghezza di farla a mano! Attrezzatevi con fruste elettriche e montate gli albumi unendovi prima la maizena setacciata e poi lo zucchero a cucchiaiate. Continuate a montare fin quando non avrete ottenuto una meringa morbida e lucente.
Abbassate la temperatura del forno a 180°, sfornate la base, riempitela con la crema al limone, ricoprite artisticamente il tutto con la meringa e rimettete in forno per venti minuti. Sfornate, ammirate, aspettate almeno mezz'ora prima di sformare e almeno 2 ore prima di affettare.



Consumate in giornata (ma non credo proprio sia un problema).

lunedì 12 settembre 2011

Ci vuole un fisico bestiale


È giunto il momento di svelarvi la mia natura divina. Sono Nostra Signora dell'Adipe. 133kg per 171cm di altezza (ma fino a un anno e mezzo fa ero perfettamente sferica, con peso e altezza che si equivalevano). Ho trascorso tre quarti della mia vita alternando pellegrinaggi da dietologi e nutrizionisti che mi mettevano a dieta serrata, e grandi orge alimentari che terminavano solo quando avevo recuperato tutti i chili persi e anche qualcosa di più. In totale credo, in trent'anni di fiorente attività nel campo dei disturbi alimentari, di aver perso e guadagnato complessivamente più di 300kg (quando si dice fare le cose in grande!).

Per mia fortuna, la metà della mia vita l'ho invece trascorsa frequentando lo studio di un eccezionale psicologo e - dopo un percorso faticosissimo ma estremamente gratificante - adesso sono "potenzialmente" guarita. Da un anno e mezzo, senza l'ausilio di alcun dietologo ma basandomi semplicemente sulle competenze acquisite in tanti anni di diete, ho trovato un regime alimentare adatto a me che mi ha permesso di perdere circa una quarantina di chili senza per questo privarmi dei piaceri della buona tavola ai quali, periodicamente, accedo con grande soddisfazione.

Mio marito - che quando mi ha conosciuta ha esordito dicendo "ti avverto che a me le donne grasse non piacciono" ma poi un mese dopo mi ha chiesto di andare a vivere insieme - è invece un fanatico della forma fisica nonostante il suo peso non abbia mai superato i 74kg (ed è alto 173cm). Ciò comporta che almeno un paio di volte all'anno (in genere primavera e autunno) dichiara guerra al suo chilo di troppo imponendosi, e giocoforza imponendomi, delle diete estenuanti e molto trendy che hanno l'unico vantaggio di essere anche molto brevi altrimenti, ne sono certa, ci mandrerebbero se non al camposanto, di sicuro al manicomio.

Premetto che, essendo stata cresciuta negli anni '70 da una tipica mamma della buona borghesia nevrotica e un po' ottusa di quell'epoca, io di diete estenuanti e trendy ne ho provate un bel po' (quale cosa migliore per una bambina?). Si partì con la dieta a punti e la dieta delle mille calorie per poi approdare oltreoceano con, in rapidissima successione, Weight Watchers, Scarsdale e - udite udite - la dieta Beverly Hills, da me odiatissima. In quest'ultima dieta si mangiava frutta esotica e null'altro ma siccome Napoli non è uguale alla California e il mondo prima della globalizzazione era tanto tanto grande, reperirla era estremamente difficile. In mancanza di manghi, papaye, carambole, frutti della passione, litchis e quant'altro (che mia madre, armata di buona volontà, ordinò una volta al fruttivendolo più chic di Napoli - l'unico che fosse in grado di importarla - spendendo più o meno quello che guadagnava mio padre in un mese), si ripiegava sull'ananas. Dodici giorni di ananas a colazione, pranzo e cena mi fecero perdere un bel po' di chili ma mi provocarono un disgusto per quel frutto che dura ancora oggi.

Torniamo a noi. Quest'anno mio marito ha introdotto una novità e, invece dell'ormai abituale Scarsdale di due settimane, ha deciso di sperimentare la dieta Dukan, suggerita durante una cena da un'amica sempre sul pezzo. 7 giorni di fase d'attacco, 7 giorni in un delirio di proteine e solo proteine che mi hanno provocato un desiderio struggente non dico di pasta o pane, ma perfino di una foglia d'insalata scondita! Avrei potuto consolarmi pensando che con questa ormai famosissima dieta, Kate Middleton (del celebre duo William & Kate) ha perso talmente tanti chili da rasentare l'aspetto di uno scheletro che deambula, ma capirete, seppure in questa settimana avessi perso 7kg che cosa sarebbe cambiato per me, povera grande obesa che di chili ne deve smaltire ancora una settantina? Insomma, dopo una settimana senza tregua né consolazione, mi ritrovo ad aver perso 2 miseri chiletti mentre quel dannato di mio marito ne ha persi 5!

Adesso che il consorte pesa 69kg e ha quindi almeno 4 kg da recuperare per tornare a essere guardabile, possiamo dire finalmente addio alla deleteria dieta Dukan e alle sue fasi successive (fase di crociera e fase di consolidamento) che salteremo a pie' pari per tornare alla nostra - o almeno alla mia - amatissima fase della normalità.

C'è solo una cosa che salvo della dieta Dukan ed è la colazione, che mi ha consentito di sperimentare degli pseudo pancake che, entrati a far parte del mio ricettario in un contesto così sgradevole, di sicuro vi rimarranno, ingentiliti da un cucchiaio di marmellata fatta in casa o da un po' di miele biologico comprato in montagna.


PANCAKE INTEGRALI DI CRUSCHELLO D'AVENA
(per una colazione senza sensi di colpa)
per 1 pancake

35 g di albume (cioè l'albume di un uovo, ma esistono comodissimi brik di solo albume in vendita al supermercato)
2 cucchiai di yogurt di soia
1 cucchiaio e 1/2 di cruschello d'avena
8 gocce di dolcificante liquido (tipo TIC o DULCERIL)
essenza di vaniglia qb

Si monta appena l'albume con una frusta, vi si aggiungono lo yogurt, il dolcificante e la vaniglia continuando a mescolare, quindi si unisce al tutto il cruschello d'avena. Si fa scaldare una padella antiaderente senza però farla diventare bollente e vi si versa la pappetta ottenuta. Quando la superficie si ricopre di piccole bolle (in genere ci vogliono 2 o 3 minuti) si volta lo pseudo pancake con la paletta e lo si lascia cuocere ancora per un minuto. 

Potrei finire qui, ma siccome credo di meritare - e che meritiate anche voi - un premio di consolazione, vi suggerisco un'altra ricetta decisamente meno punitiva.


MUFFIN AL CIOCCOLATO
per 8 muffin

50 g di burro
100 g di cioccolato fondente
50 g di gocce di cioccolato
200 g di farina
100 g di zucchero
1 uovo intero
250 ml di latte intero
1/2 cucchiaino di essenza di vaniglia
1/2 bustina di lievito in polvere
granella di nocciole qb
un pizzico di sale

Come prima cosa accendere il forno a 180° (guarda caso!) e mettere intanto a sciogliere a bagnomaria i 100 gr. di cioccolato con il burro. Quando tutto sarà fluido e ben amalgamato, levare la casseruola dal fuoco e lasciare intiepidire. Aggiungere quindi al composto ottenuto, lo zucchero, l'uovo leggermente sbattuto con il pizzico di sale, il latte e la vaniglia. Incorporare poi lentamente la farina setacciata con il lievito e mescolate dal basso verso l'alto il minimo necessario a miscelare tutti gli ingredienti. Aggiungere a questo punto le gocce di cioccolato e dare un'ultima, veloce mescolata prima di trasferire l'impasto in una teglia da muffin imburrata e infarinata o, più semplicemente, rivestita con dei pirottini di carta (abbiate cura di riempire i pirottini fino a 3/4 della capienza totale). Spolverare ogni muffin con la granella di nocciole e infornare per 25 o 30 minuti. Sfornate e lasciate intiepidire, quindi deliziatevi dimenticando la dieta.



 Io non vedo l'ora.

venerdì 2 settembre 2011

Nöel Nöel, jour d'allègresse...


No, il titolo del post non è un refuso, io non sono impazzita e l'ansia anticipatoria di mio marito e il suo amore maniacale per le decorazioni natalizie non hanno avuto il sopravvento (andammo a vivere insieme il 5 febbraio di tanti anni fa, cercammo casa in gennaio che le feste erano appena passate e a lui - ogni volta che gliene mostravo una che per me poteva andar bene - interessava solo dove avremmo sistemato l'albero di Natale). Semplicemente, io lavoro per una soap opera.

Forse non tutti sanno che (come da rubrica della settimana enigmistica) il rutilante mondo delle soap, così come il rutilante e ben più glamorous mondo della moda, viaggia sempre in anticipo sui tempi (almeno tre mesi ma a volte anche quattro) così per me agosto e settembre, lungi dall'essere i mesi dell'anguria e dei fichi, sono i mesi degli struffoli e della pastiera (siamo sempre a Napoli!).

Questo vivere perennemente fuori sincrono, richiede molta attenzione perché inevitabilmente - tranne, appunto, in concomitanza delle festività (Natale, Pasqua, Carnevale, San Valentino, Festa della Mamma, Festa del Papà, Halloween... non ci facciamo mancare niente!) - si perde l'orientamento. Capita, tanto per fare un esempio, che si debba ambientare una scena in cortile dove un personaggio, rientrando a casa, s'imbatte nel portiere che gli dà un'informazione utile al prosieguo della storia. Per dare più naturalezza al tutto, solitamente si fa in modo che il portiere non stia lì impalato ma bensì svolga un'attività inerente al portierato... e qui casca l'asino!

In genere si liquida la questione rapidamente - va be', fai che sta innaffiando -. Capirete,  siamo a metà giugno, fuori c'è un caldo avvilente, la natura rigoglia...  cos'altro dovrebbe fare un portiere in prossimità di un'aiuola? E invece no perché, fatti due calcoli, nel tempo traslato della soap siamo invece a metà ottobre e quindi il già citato portiere, si guarderà bene dal dare acqua alle piante in maniche di camicia, e starà piuttosto pacciamando il terreno in previsione dell'inverno con indosso un cardigan di lana per proteggersi dai primi freddi.

Ovviamente le cose a cui fare attenzione sono moltissime: attività, abbigliamento, pietanze, fiori (a te viene normale dire che un personaggio regala alla sua amata un mazzolino di fresie, ma chi te le dà a novembre?) e noi sceneggiatori finiamo con l'assomigliare inevitabilmente a un branco di mamme apprensive sempre in ansia per i loro pargoli. Ti sei ricordato di far prendere il cappotto alla dottoressa? Guarda che fa freddo... mettile anche la sciarpa! No, pasta e patate no che a luglio è troppo pesante! Falle cucinare un'insalata di riso!

E così, come vi ho spiegato, per me ormai già da un po' siamo nel periodo dell'anno in cui si comprano regali, si preparano gli struffoli, si fa il presepe o l'albero (con relativa discussione su quale dei due sia più consono alla tradizione napoletana), si gioca a tombola e ci si veste da Babbo Natale per la gioia dei più piccini. Come ogni anno, faccio una fatica improba a immedesimarmi (a nulla vale l'ausilio dell'aria condizionata sparata alla massima potenza) e la mia unica consolazione rimane il fulgido esempio di Mel Tormé e Bob Wells che scrissero la splendida The Christmas Song (in assoluto la mia canzone di Natale preferita) nel caldo torrido del luglio 1944.

Ma siccome nella vita vera siamo ancora nella bella stagione, io continuo a goderne i frutti preparando una delle ricette estive che amo di più...


POMODORI RIPIENI DI RISO
per 4 persone

8 bei pomodori da riso
8 cucchiai rasi di riso (il trionfo della cacofonia!)
2 spicchi d'aglio
origano, basilico, sale, olio EVO

Si procede così: si lavano i pomodori, si capovolgono, si taglia via il culetto e si svuotano con uno scavino da melone. La polpa ottenuta si frulla poi insieme agli spicchi d'aglio e due o tre cucchiai d'olio fino a ottenere una crema omogenea. Si aggiungono sale (abbondante poiché dovrà condire anche il riso una volta cotto), origano, basilico e il riso. Si mescola bene il tutto e con il composto ottenuto si riempiono i pomodori. Una volta ricoperti i pomodori con i culetti precedentemente asportati, si dispongono in una teglia, si irrorano con un filo d'olio, si salano leggermente e si infornano a 160° per un tempo che varia dall'ora all'ora e mezza (conviene controllare se il riso è cotto perché un tempo di cottura assoluto non c'è). 

È una ricetta semplice ed essenziale che si realizza con gran facilità, l'unica cosa a cui bisogna fare attenzione, è che la parte liquida sia sempre molto più abbondante del riso (e nel caso non lo sia, aggiungere un po' d'acqua e passata di pomodori). Insomma, prima della cottura, all'interno dei pomodori deve esserci una sorta di acqua pazza in cui si aggirano, sparuti, i chicchi di riso.

Mangiateli tiepidi e poi fatemi sapere...