giovedì 31 maggio 2012

Sondaggione

Miei cari lettori,
ho bisogno del vostro aiuto e della vostra partecipazione in massa, perciò vi prego di perdere un minuto e lasciare un commento per rispondere alla mia domanda: quale, fra tutti quelli pubblicati, è il vostro post preferito?

* ore 23.21: aggiungo una postilla esplicativa che vi solleciti ulteriormente. Il 21 giugno La gastronomica volante Stanislavskij compirà il primo anno di vita. Naturalmente ci saranno grandi festeggiamenti (di cui vi parlerò più dettagliatamente fra un po') durante i quali, fra l'altro, verrà fatto il reading di un post.
Perciò vi ripeto la domanda: voi quale vorreste ascoltare?

martedì 29 maggio 2012

Shopping!


Come immagino sia accaduto a molte altre esponenti dell'invisa categoria grandi obese, ho avuto fin dall'adolescenza un rapporto estremamente conflittuale con lo shopping.

Mentre le mie coetanee progettavano sabati pomeriggio passati in giro per negozi a cercare l'abito che avrebbero indossato per il loro diciottesimo compleanno, io me ne tenevo prudentemente alla larga sapendo che in quelle boutique avrei potuto comprare al massimo una sciarpa, e solo dopo essere stata squadrata con riprovazione dalle commesse.

Quando avevo 15 o 16 anni c'erano solo tre negozi che frequentavo con disinvoltura e autentico piacere: la libreria Marotta (che ormai non c'è più), Magico Oriente (dove però mi limitavo a comprare orecchini e bracciali, visto che gli anelli mi andavano tuttalpiù al mignolo e le collane su di me sembravano collari a strangolo) e don Mario il saponaro, che occupava ben tre dei quattro locali su strada del mio palazzo. 

Inutile dilungarsi su Marotta e Magico Oriente perché una libreria, per quanto amatissima, è pur sempre una libreria, e di negozi di gioielli etnici chissà quanti ne avrete visti. Tutt'altra storia invece per la puteca di don Mario.

Tanto per cominciare don Mario - altresì noto come meza mascella - era un guappo, e a metà degli anni '80 era l'ultimo esponente di una specie ormai estinta. Che fosse estate o inverno, lui vestiva di color crema dalle scarpe al cappello, e passava le sue giornate seduto su una poltrona nella penombra della parte più interna del negozio, fumando sigarette senza filtro con l'ausilio di un tozzo bocchino, anch'esso color crema.

A gestire gli affari per lui c'era il giovine del negozio, Antonio, che per la verità del giovane di bottega aveva il titolo, ma non certo l'età né tantomeno l'aspetto. Antonio aveva una faccia da roditore, ma simpatica, e la pelle ispessita da decenni di sole. Doveva aver avuto un passato da uomo di mare, perché c'era un che del pescatore in lui e il suo abbigliamento prevedeva solo due varianti: pantaloni neri e maglietta blu scollo a v d'estate, e pantaloni neri e maglione blu scollo a v d'inverno. 

Non credo abbia mai posseduto un cappotto, e se invece lo possedeva allora di sicuro lo indossava di nascosto, nel segreto del suo appartamento.

Naturalmente i tre locali del negozio erano uno più incredibile dell'altro. In tutti e tre c'era quell'odore secco della polvere e giusto un vago sentore di cera per mobili, ma così diafano e sfuggente da farti pensare a un'allucinazione olfattiva. Nulla era particolarmente prezioso, ma ogni cosa per me era particolarmente appetibile: bottiglie, bicchieri, pentole, piccoli mobili, cornici, macchine per cucire, chiavi, sedie, lumi.

La mia tecnica d'acquisto era una sola: la denigrazione. Facevo dei blitz esplorativi nel primissimo pomeriggio, mentre don Mario dormiva. Al riparo dal suo sguardo sornione, scrutavo i ripiani fino a individuare l'oggetto del desiderio quindi, pienamente soddisfatta, mi dileguavo silenziosamente.

Il giorno dopo, quando tornando da scuola passavo davanti al negozio, gettavo un'occhiata fintamente casuale all'interno per poi chiedere con noncuranza il prezzo dell'articolo puntato il giorno precedente. Don Mario la prendeva alla larga, cominciava a raccontarmi dove l'aveva trovato, a quale epoca apparteneva, quanto fosse raro. Lo lasciavo parlare poi, quando finalmente arrivava a dirmi il prezzo, io - a prescindere da quale fosse la cifra - sentenziavo che era troppo alto e che nessuno gli avrebbe mai dato tanto per quella schifezza.

Il fatto che io non mi degnassi neanche di fare una controfferta mandava don Mario fuori dai gangheri e allora vendermi quel tale oggetto diventava per lui un punto d'onore. Abbassava ogni giorno il prezzo di qualche migliaia di lire, proponeva di aggiungere altri articoli in omaggio, di farmi pagare a un tanto alla settimana, ma io continuavo a resistere.

Quando proprio non sapeva più cosa inventarsi, si appostava sulla soglia del negozio aspettando che mia nonna passasse lì davanti. Allora la salutava levandosi il cappello in segno di rispetto, quindi - quasi volesse intercedere in mio favore - le indicava l'oggetto del mio desiderio suggerendole implicitamente l'acquisto: "Signora baronessa... 'a piccerella smania pe' ll'ave'!"

Senza saperlo, era proprio la nonna a dargli il colpo di grazia. Lungi dall'assecondarlo, con il suo solito piglio autoritario proibiva al poveretto di effettuare la vendita (diceva proprio così: "don Mario, io vi proibisco di vendere questa fetenzia a mia nipote!") e minacciava di fargli chiudere il negozio, la cui presenza a suo dire costituiva un'onta per un palazzo tanto rispettabile.

Poche ore dopo, inevitabilmente, don Mario mi faceva convocare nella puteca da Antonio e lì, sprofondato in poltrona, negoziava la resa: "Piccere', io quella cosa che ti volevi comprare te la regalo... ma mi raccomando, nun dicere nient' 'a nonneta!"

Ho sempre avuto il sospetto che in fondo gli piacesse da morire tutto quel teatrino.

La macchinetta del caffè che compare all'inizio di questo post è l'ultimo regalo che ho ricevuto da don Mario. Gli anni sono passati, la puteca ha chiuso e don Mario e Antonio ormai non ci sono più.

Per parecchio tempo ho pensato che non avrei mai più ritrovato quel piacere di osservare la merce senza essere a mia volta osservata, di prendermi tutto il tempo che volevo per ponderare i miei acquisti... poi ho scoperto l'e-commerce.

Per quanto detesto andare in giro per negozi, tanto adoro curiosare in rete, scovare l'affare, trovare nuovi siti dove fare compere mentre mi tacito la coscienza ripetendomi che dopo aver tanto tribolato, ho diritto di togliermi finalmente qualche sfizio anch'io.

All'inizio a conquistarmi è stata la scoperta che se nel mondo reale avevo una probabilità di trovare vestiti della mia taglia pari allo zero assoluto, in rete la cosa non solo era fattibile, ma addirittura facile. Poi sono stata ammaliata dalla possibilità di comprare cose che avevo sempre desiderato ma che a Napoli erano rarissime: vecchie posate scompagnate in sheffield, la scrivania a rullo, libri fuori catalogo. Infine è on line che ho imparato a cercare accessori per la mia cucina (ho comprato il tritacarne per il Kitchen Aid di mamma da un tipo che gestiva un negozio in Giamaica e che me l'ha venduto a un prezzo stracciato) o ingredienti altrimenti irreperibili.

L'ultimo sito di cui mi sono infatuata è Degustaci, gestito da un manipolo di strenue esploratici che, girando in lungo e in largo la Campania, hanno selezionato il meglio di ciò che la mia regione produce (e si tratta di prodotti certificati: IGP, IGT, DOC, DOP, DOCG). Benché io sia campana, molti dei prodotti in vendita non li avevo mai neanche sentiti nominare, così, un po' perché sono curiosa, un po' perché mi sono fatta prendere la mano, ne ho ordinati ben 4.


Chiaramente se io ho gioito all'arrivo del corriere, il consorte era invece molto perplesso e continuava a domandarsi (e domandarmi) che diavolo ci avrei fatto con quella roba (!). Così, giusto per zittirlo, mi sono subito messa ai fornelli...


POLLO CON LE PESCHIOLE
per 4 persone

1 petto di pollo
200 g di peschiole
2 spicchi d'aglio
5 foglie di salvia
4 cucchiai d'olio EVO
5 cl di aceto di vino bianco
sale
farina bianca qb

Immagino che alcuni di voi si stiano chiedendo cosa siano le peschiole (io me lo sono chiesta), perciò vado a illustrare.

Le peschiole sono una specialità di Vairano Patenora, ameno comune in provincia di Caserta da cui in genere passo per andare a Roccaraso, fermandomi talvolta a mangiare all'ottimo Vairo del Volturno. Le peschiole sono - come in effetti si evince dal nome - delle piccole pesche (più precisamente noci pesche) che vengono colte dall'albero quando misurano un paio di centimetri e al loro interno non si è ancora formato il nòcciolo. Le peschiole vengono bollite in acqua e aceto, aromatizzate con spezie e poi conservate sotto vetro. La grandezza e il colore ricordano quello delle olive verdi, ma quando le si morde risultano invece incredibilmente croccanti e il sapore, se in un primo momento richiama alla mente i cetriolini sottaceto, ha una nota finale dolce e fruttata che spiazza piacevolmente.

Adesso che vi ho edotti, vi spiego come le ho usate. Ho lavato il petto di pollo, l'ho asciugato e l'ho ridotto in tocchetti che poi ho infarinato appena. Intanto ho fatto rosolare gli spicchi d'aglio in una padella ampia e, quando sono imbionditi, vi ho aggiunto il pollo che ho fatto dorare in maniera omogenea. A questo punto ho unito la salvia, le peschiole tagliate in sei spicchi, il sale, l'aceto e altrettanta acqua tiepida. Ho lasciato cuocere a fiamma bassa fin quando non si è formata una cremina lucida e ho servito immediatamente.

Et voilà, il consorte è rimasto senza parole!


PS: Volete sapere cos'ho preparato con gli altri tre prodotti che ho comprato? A partire da domani troverete le ricette sulla pagina facebook del blog.

lunedì 14 maggio 2012

Viva gli sposi


L'altra sera una coppia di amici ci ha invitati a prendere un aperitivo per festeggiare il fatto che, dopo quasi vent'anni insieme, due figlie, due cani e una provvidenziale tata ucraina, fossero andati a dare parola in comune per convolare finalmente a nozze.

Con molta tenerezza, tenendosi per mano come se si fossero innamorati solo un mese prima, ci hanno raccontato dei loro progetti per la cerimonia e per il ricevimento, nonché della perplessità delle loro figlie - credo di undici e otto anni - che non capivano perché fosse necessario cambiare un regime familiare ormai ben collaudato.

Così, forse influenzata dal fatto che a prendere quell'aperitivo eravamo in otto, quattro amiche affiatatissime con i loro rispettivi compagni, tornando a casa mi sono sentita un po' Carrie Bradshow (con quegli ottanta chiletti di troppo) e ho cominciato a farmi la seguente domanda: ma com'è che improvvisamente si sente il bisogno di sposarsi?

Per quanto mi riguarda, a spingermi a chiedere la mano dell'allora futuro consorte fu il desiderio di far diventare la nostra coppia una famiglia. Dopo quattro anni di una convivenza a tratti esilarante e a tratti molto faticosa, in cui avevamo dovuto imparare innanzitutto a conoscerci dato che l'avevamo cominciata esattamente tre mesi dopo esserci visti la prima volta, io volevo che smettessimo di essere due ragazzini capitati lì un po' per caso, e cominciassimo a essere due adulti con dei progetti.

Scoprendomi molto più tradizionalista e nostalgica di quanto avessi mai creduto, convinsi il promesso sposo a giurarmi eterno amore in chiesa perché volevo che tutto fosse esattamente come l'avevo immaginato da bambina, prima che spirito ribelle, desiderio d'indipendenza e istinto di conservazione mi facessero decidere (e sostenere per vent'anni) che non mi sarei mai sposata.

Sulla carta tutto era perfetto. Ci saremmo sposati il 5 febbraio, giorno del nostro quarto anniversario di convivenza, che - coincidenza meravigliosa - capitava di sabato. Ci saremmo sposati alle sette di sera nella minuscola chiesa del Santissimo Redentore, fiabesca e da me molto amata. Ci avrebbe sposati Monsignor Mercurio, ormai ottantenne, che mi conosceva da quando avevo dieci anni. Ci saremmo sposati circondati da una quarantina di amici, i più cari, che poi avremmo invitato a cena in un grande albergo dal fascino retrò, situato proprio accanto alla chiesa.

Sorprendendo tutti fui una promessa sposa che non conosceva indecisione. Sapevo perfettamente ciò che volevo, avevo tutto sotto controllo.

A ripensarci adesso, probabilmente il fatto che durante tutta l'organizzazione non ci fosse stato nessun disguido, nessun contrattempo, avrebbe dovuto mettermi in guardia, ma all'epoca non ci feci caso e quindi - povera me - ero completamente impreparata a tutto ciò che successe in quel fatidico 5 febbraio 2005.

Il buongiorno si vede dal mattino, e fu quindi di buonora che avemmo la prima cattiva notizia: Monsignor Mercurio aveva l'influenza. Cercai di non preoccuparmi ma quando seppi che Padre Luciano, il viceparroco, non aveva mai celebrato un matrimonio, mi tornò in mente con orrore Rowan Aktinson e cominciai a temere il peggio.

Per farmi coraggio continuavo a dirmi che tutto sarebbe andato come previsto, ma a smentirmi arrivò a casa il Signor Bobobò, designato alla lettura del salmo, per comunicarmi che Padre Luciano aveva deciso di cambiare le letture. Visto che quello era il suo primo matrimonio, voleva fare le cose in grande, non gli andava per nulla di sposarci con il rito abbreviato che avevamo concordato con Monsignor Mercurio.

Fosse stato per me, mi sarei precipitata in parrocchia per richiamare Padre Luciano all'ordine, ma mia nonna mi annunciò profeticamente che di certo avrei avuto altro di cui preoccuparmi e mi esortò a non perdere tempo in cose inutili.

Così ricontrollai il planning della giornata: prima che arrivassero le sette di sera e mi presentassi - puntualissima - in chiesa, c'erano tutta un'altra serie di cose che dovevano accadere.

A ora di pranzo sarebbero dovuti arrivare da Roma mio fratello con la moglie e la mia prima nipotina, verso le due la sarta mi avrebbe consegnato l'abito da sposa mentre il fioraio sarebbe andato ad addobare la chiesa per poi passare da casa a portare il bouquet e le bottoniere per mio padre e il futuro consorte e dal parrucchiere a lasciare i fiori per la mia acconciatura.

Io avrei avuto il tempo di far sistemare fratello, cognata e nipotina nella loro stanza, di preparare tutto il necessario per la vestizione del futuro consorte nella nostra, di preparare abito da sposa e beautycase in camera di mia madre, dove avrei potuto vestirmi lontano da sguardi indiscreti, e poi sarei andata dal parrucchiere con mamma e Carla.

Quella fu l'ultima volta in cui riuscii ad avere una parvenza di controllo della situazione, perché da quel momento in poi cominciò la catastrofe.

Mio fratello era in ritardo, la sarta aveva l'auto guasta, il fioraio aveva trovato la chiesa chiusa e non si riusciva a rintracciare Padre Luciano perché l'aprisse. Mandai mio padre a recuperare il vestito e il futuro consorte a scassinare la porta della chiesa mentre io, già molto molto nervosa, andavo dal parrucchiere con Carla e mamma.

Ora io non so se nei quindici giorni trascorsi dal momento in cui avevamo stabilito il tutto sia il parrucchiere che il fioraio fossero stati colpiti da alzheimer fulminante o se volessero semplicemente fare di me un'assassina, ma sta di fatto che il fioraio aveva consegnato per la mia acconciatura delle orchidee - l'unico fiore che avevo espressamente vietato - e il parrucchiere, lungi dal pettinarmi con la semplice mezza coda che avevamo concordato, cominciò a costruire sulla sommità della mia testa una sorta di torre di Pisa prossima al crollo e in piena fioritura.

Più gli dicevo che quella non era la pettinatura che volevo, più sosteneva che infatti era molto più bella, e a nulla valevano lamentele, strepiti e perfino minacce, il dannato pretendeva che prima di giudicare dovessi lasciarlo almeno finire.

Quando fu evidente che se lo avessi assecondato non avrei fatto altro che garantirmi un'accoglienza in chiesa a suon di fischi e pernacchi, mi alzai dalla sedia e me ne andai via trascianando con me Carla, mentre mamma rimaneva a consolare l'attonito coiffeur che mai aveva subìto un oltraggio simile.

Ma fu nell'ascensore, quando mi guardai allo specchio, che accadde il peggio. In preda a una rabbia incontenibile, perché ormai era chiaro che niente sarebbe andato come avrei voluto, visto che ero acconciata con un'impalcatura degna di Moira degli elefanti, mi strappai dalla testa fiori, forcine, nastri, nani, ballerine e giocolieri e scoppiai a piangere.

Mentre la mia mamma continuava a essere ostaggio del parrucchiere, a casa la situazione non era migliore.

Il mio dispotico fratello si era sistemato con tutta la famiglia nella camera dove c'erano le mie cose e io avrei dovuto vestirmi, il fioraio non aveva consegnato le bottoniere ma in compenso aveva portato un bouquet gigantesco e osceno, completamente diverso da quello che avevo scelto, e il futuro consorte, vittima dell'ansia, si era fatto un'overdose di xanax ed era inservibile.

Chiusa nel bagno con Carla, continuavo a disperarmi e a dire che ormai tanto valeva mandare a monte il matrimonio e intanto, al di là della porta, mia nonna, mio padre e il futuro consorte mettevano in scena uno spettacolo degno di Ionesco.

La nonna - all'epoca ottantottenne - sosteneva che non dovevo fare una tragedia per qualche capello (sigh!) fuori posto, in fondo anche lei non era molto soddisfatta del lavoro del suo parrucchiere ma non si lamentava! Mio padre continuava a suggerire al futuro consorte di non sposarmi visto che ero evidentemente folle (ari sigh!) e il mio promesso sposo, rintronato dallo xanax, mi supplicava perché gli aprissi: essendo confuso, si era messo negli occhi il collirio a uso esclusivamente veterinario dei nostri cani e, temendo effetti collaterali devastanti, tipo la cecità, era diventato paonazzo per la paura quindi voleva che gli prestassi un po' di fondotinta per mitigare il rossore del collo e delle orecchie (ari ari sigh!).

Fortunatamente tornò a casa mamma che, vestendosì d'autorità, mandò tutti in chiesa e, quando rimanemmo sole, coadiuvata dalla provvidenziale Carla che andò a recuperare mollette e forcine nell'ascensore, mi pettinò, mi aiutò a vestirmi, a truccarmi e, finalmente, mi rese una sposa quantomeno accettabile, sebbene molto ritardataria.

Per il resto, se non si tiene conto del fatto che mio padre inciampò entrando in chiesa e, per non cadere, attraversò la breve navata al piccolo trotto costringendomi a fare lo stesso, o del fatto che per gran parte della cerimonia fummo accompagnati dallo squillo di un cellulare e aspramente redarguiti da Padre Luciano per non aver spento i telefoni, salvo poi scoprire che il cellulare incriminato era proprio il suo, o del fatto che fumando una sigaretta (eh sì, all'epoca peccavo ancora) detti fuoco al vestito da sposa, tutto filò liscio.

Fu al momento del caffè che questo matrimonio in stile Hollywood Party raggiunse il clou quando, addentando in un afflato di insopprimibile golosità il cucchiaino di cioccolato fondente che accompagnava il caffè, sentii un piccolo crac e realizzai di aver frantumato una delle preziose capsule in porcellana che tanto mi sono costate.

Fortunatamente il mio dentista è un amico fraterno e quindi era fra i pochi invitati al matrimonio, così - congedati in fretta e furia tutti gli altri - fu nel suo studio, aperto per l'occasione alle due del mattino, che io e lo sposo concludemmo i festeggiamenti con me, in vestito da sposa e bavetta verde chirurgico, e il consorte nell'improbabile ruolo di assistente di poltrona che cincischiava con l'aspiratore nella mia bocca spalancata.

Quando tornammo in albergo - dopo che io mi ero chiusa lo strascico del vestito nello sportello dell'auto macchiandolo di grasso - e finalmente ci mettemmo a letto, a stento riuscivamo a parlare tanto era stata devastante l'intera giornata.

Io, un po' mortificata, provai a imbastire un discorso di scuse. Lo sapevo che quella era la nostra prima notte di nozze... ma in fondo erano quattro anni che condividevamo il talamo (pre)nuziale... forse non era poi così necessario seguire la tradizione alla lettera, non era d'accordo anche lui?

Non mi giunse risposta, se non un russare sommesso che incrinava appena il silenzio della notte.


ZUPPETTA DI COZZE ALLA NAPOLETANA
Per un reggimento

2 kg di cozze
1/2 kg di pomodorini
abbondante olio EVO (va be', diciamo 6 o 8 cucchiai)
2 bei spicchi d'aglio (io uso alternativamente quello campano e quello rosa di Sulmona. Fate voi) 
1 pugno di prezzemolo tritato finemente
8 fette di pane cafone raffermo
sale e pepe


Siccome non faccio che ripetere che quelle mie e del consorte più che nozze furono cozze, questa ricetta mi sembrava perfetta in abbinamento al post. Poi, prima che nascano polemiche, so benissimo che siamo ormai entrati nei famigerati quattro mesi senza R in cui i frutti di mare non sono al meglio e so anche che tradizionalmente questo piatto a Napoli si prepara il giovedì santo. Ma d'altronde voi ormai sapete che qui si va contro stagione.

Nonostante le cozze siano molto amate dal consorte (probabilmente non è un caso che mi abbia sposata), io non le cucino spesso perché detesto pulirle. Nel caso condividiate lo stesso odio per la simpatica operazione, sappiate che io ho brillantemente risolto comprando quelle già pulite e confezionate sotto vuoto Viversano di Carrefour. Se poi avete un pescivendolo fidato che oltre a garantirvi la freschezza delle cozze ve le pulisce pure, meglio per voi.

Sappiate comunque che la pulizia delle cozze è la cosa più noiosa e complicata di questa ricetta, per il resto semplicissima.

Si procede così. In una pentola capiente, fate rosolare uno spicchio d'aglio in 2 o 3 cucchiai d'olio e poi versateci le cozze pulite che condirete con abbondante pepe nero macinato al momento. Coprite con un coperchio e lasciate cuocere scuotendo energicamente la pentola di tanto in tanto fin quando le cozze con si saranno aperte. Intanto, in un tegame bello grande, preparate una salsa di pomodoro rosolando in quattro cucchiai d'olio l'altro spicchio d'aglio e aggiungendoci i pomodorini tagliati a tocchetti e un'idea di sale. Cuocete a fuoco vivace i pomodori, quasi friggendoli, fin quando la polpa non avrà perso l'acqua di vegetazione e sarà diventata morbida. Aggiungete il prezzemolo tritato e tenete da parte. Nel frattempo, cercando di non ustionarvi, private le cozze della valva che non contiene il mollusco e mettete l'altra nel tegame con il sugo. Fnita questa operazione, aggiungete il liquido di cottura delle cozze filtrato in un passino a maglia fine. Tagliate a tocchetti il pane cafone privato della scorza, mettetelo in una ciotola e conditelo con l'olio rimasto, mescolando bene, quindi fatelo tostare in forno (tradizione vorrebbe che il pane fosse fritto, ma io preferisco semplificarmi la vita).


Per gustarla bisogna destreggiarsi fra mani, forchette e cucchiai, perciò rassegnatevi alla macchia.
E naturalmente leccatevi le dita.

mercoledì 25 aprile 2012

It's a (mad) men's world


A luglio del 2007, quando il caldo ci aveva fatto piacevolmente scivolare tutti in un torpore indolente, i miei colleghi ed io fummo travolti da un terremoto televisivo che avrebbe cambiato per sempre le nostre vite professionali: la prima puntata di Mad Men.

Arrivammo al lavoro il giorno dopo con lo sguardo afflitto e la tentazione di appendere final draft al chiodo perché, ed era bastato un solo episodio a chiarircelo per sempre, nessuno di noi, per quanto lunga e fulgente fosse stata la sua carriera, avrebbe mai potuto aspirare a tanta perfezione.

Non credo che al mondo ci sia ancora qualcuno che non abbia idea di cosa parli Mad Men, ma comunque, per amor di precisione, vado a riassumere. New York 1960: in quel di Madison Avenue un gruppo di pubblicitari, capitanato dall'enigmatico e spregiudicato direttore creativo Don Draper, compie le sue gesta mentre l'America assiste alla campagna elettorale per la presidenza, che vede contrapposti Nixon e Kennedy.

D'accordo, ho ridotto all'osso e mi sono riferita solo alla prima stagione, ma il miracolo di Mad Men, quello che ogni sceneggiatore vorrebbe poter ricreare, è che in ogni puntata succede davvero poco, ma nonostante questo non si riesce a staccare neanche per un attimo lo sguardo dallo schermo. 

Abituati a uno stile narrativo che prevede un colpo di scena al minuto, sequenze action e recitazione convulsa, si viene dapprima spiazzati e poi ipnotizzati dal ritmo lento di questo meraviglioso serial che ha addirittura l'ardire di concludere alcune puntate senza un vero e proprio cliff (se volete sapere cosa significa, consultate il piccolo vademecum alla fine di questo post), e intanto, dovendo compiere ben pochi sforzi per seguire la trama, si hanno il tempo e la concentrazione necessari per rimanere ammaliati da tutto il contesto (fotografia, scenografia, costumi, trucco, parrucco, colonna sonora), di un'accuratezza e un'eleganza degna di Visconti o Kubrick.

Ho riflettuto a lungo per cercare di capire cosa rendesse Mad Men così speciale e alla fine, in soldoni, credo che la sua grandezza risieda nella verità. Non nella veridicità, proprio nella verità.

Certo, perché l'epifania di far sembrare vera la finzione riuscisse, gli sceneggiatori si sono un po' aiutati e così ci sono molti riferimenti - seppur a volte subliminali - alla cronaca e alla politica, e soprattutto ai generi di consumo, ai brand (dopotutto si narra di pubblicitari), ai cibi, alle bevande. Insomma, la verità del dettaglio ci fa credere che sia vero anche il contesto in cui quel dettaglio è collocato.

Si guarda Mad Men e ci si sente catapultati in uno scenario che si conosce e, seppur ammantato dalla patina dei ricordi, ci è straordinariamente familiare. Quanti fra quelli della mia generazione hanno consumato una cena a base di wurstel in lattina mangiati in fretta al tavolo della cucina mentre la mamma in twin-set scalpitava per andare a prepararsi per uscire, e intanto tirava boccate nervose a una sigaretta? Quanti si sono visti proteggere a ogni frenata dell'auto dal braccio del papà teso a mo' di barriera fra loro e il parabrezza? Quanti hanno guardato la tv sdraiati sul tappeto ai piedi del divano sul quale se ne stavano seduti, composti e un po' rigidi, i genitori?

E mentre riconosciamo quel mondo, abbiamo modo di scrutarne i meccanismi che all'epoca della nostra infanzia ci sfuggivano. Finalmente sappiamo come era la vita dei nostri genitori come se oggi, con la consapevolezza e gli strumenti degli adulti, li stessimo spiando dal buco della serratura. In fin dei conti è un po' come fare una bella psicoterapia, ma in modo più piacevole e a prezzi decisamente più contenuti. E non credo sia poco.

Nel frattempo ci struggiamo per quello che fino al 2007 ci sembrava obsoleto o addirittura di cattivo gusto: le pettinature cotonate, i vestitini fine anni cinquanta, poi anni sessanta e adesso fine anni sessanta, le procaci curve di Joan Harris, i capelli impomatati di Don Draper, i mobili vintage (tutta roba che è transitata nelle nostre case e di cui i nostri genitori poi si sono liberati), quel bere, mangiare e fumare senza tregua, nella beata ignoranza delle conseguenze di questi atti scellerati.

Il 25 marzo di quest'anno, dopo 17 mesi di estenuante attesa, finalmente è cominciata la quinta stagione di Mad Men con un doppio episodio che ritengo entrerà nella storia della televisione, ma che per il momento ha già fornito nuovo, preziosissimo materiale all'immaginario erotico dei signori uomini. Facendo correre a ritmo leggermente accelerato le lancette dell'orologio (ma mai come in Downton Abbey dove in due stagioni si copre un arco temporale di otto anni), siamo arrivati al 1968 e tutto lascia supporre che ne vedremo delle belle.

Attingete alla fresca acqua del torrente, cari lettori.
Vi assicuro che ne vale la pena.


BANANA NUT BREAD
Per una teglia da plumcake di 20x10 cm

Vi avviso, è una ricetta americana e pertanto americane saranno le quantità, indicate in tazze, cucchiai e cucchiaini.

2/3 di tazza di latte intero
1 cucchiaio di succo di limone
2 tazze e 1/2 di farina 0 setacciata
1 cucchiaino e 1/2 di lievito vanigliato
1 pizzico bello grande di sale
1/2 tazza di burro
2/3 di tazza di zucchero
2/3 di tazza di noci tritate
2 uova grandi categoria A
2 banane talmente mature da risultare quasi immangiabili

Dovendo abbinare una ricetta a questo post, come prima cosa mi è venuto in mente il tipico meat loaf americano, quello servito con contorno di mashed potato e accompagnato dall'immancabile bicchiere di latte. Negli anni '70, quando guardavamo alla tv con il dovuto ritardo le serie televisive di una decina di anni prima, non c'era cena in famiglia che non prevedesse questo menu. Poi ho pensato che fosse tutto un po' troppo facile e così ho ripiegato su questo pane profumato e gustoso, che è un altro grande classico dell'epoca.

Benché questa ricetta sia stata messa a punto negli anni '30, è a metà degli anni '50 - quando fu inserita nel celebre ricettario Chiquita - che cominciò a diffondersi in tutti gli Stati Uniti. Grazie alla velocità e alla semplicità del procedimento, che ne rendevano agevole la preparazione a qualsiasi casalinga, negli anni '60 non c'era casa in cui non fosse sfornato con una certa regolarità.


Veniamo a noi. Per cominciare accendete il forno a 180° e imburrate uno stampo da plumcake di cui rivestirete il fondo con la carta forno. Mescolate in una ciotola gli ingredienti secchi e teneteli da parte. Intanto unite il succo di limone al latte, girate con cura e aspettate che cagli (ci vorrà almeno un minuto). Nell'attesa, montate con la frusta elettrica il burro ammorbidito e lo zucchero. Quando il composto sarà diventato chiaro e spumoso, aggiungete le uova una alla volta avendo cura di aspettare che il primo si sia amalgamato prima di unire il secondo. A questo punto aggiungete le banane schiacciate, quindi gli ingredienti secchi alternati al latte cagliato. Lavorate fin quando la miscela non risulterà soffice e liscia, poi aggiungete le noci tritate e mescolate un'ultima volta. Versate il composto nello stampo, livellatelo battendo un paio di volte la teglia sul ripiano della cucina protetto da un canovaccio piegato, e infornate. Cuocete per un'ora e sfornate solo dopo aver verificato con uno stecchino di legno che l'interno del pane sia asciutto. 

 

mercoledì 4 aprile 2012

A grande richiesta


In questo momento in rete ne girano davvero tante e sono una migliore dell'altra, ma siccome me l'avete chiesta...

Ecco a voi la mia ricetta della pastiera (che poi è - da sempre - quella della prima edizione de Il talismano della felicità, appartenuto alla nonna Titta). Da tradizione questo dolce si prepara il giovedì perché deve avere il tempo di riposare e inumidirsi, perciò o lo preparate domani oppure se ne parla l'anno prossimo.

Per la frolla: 300 g farina - 150 g zucchero - 150 g strutto - 3 tuorli.
Per il grano: 250 g grano già cotto - 1/2 lt latte - 1 pizzico di sale - 1 cucchiaio di zucchero - la buccia intera di un limone - 1 pizzico di cannella
Per la crema di ricotta: 500 g ricotta di pecora - 350 g zucchero - 6 tuorli - 1 pizzico di cannella - la buccia grattuggiata di un limone - 2 cucchiai di acqua di fiori d'arancio - 200 g di canditi misti (arancia, cedro e cocozzata) tagliati a dadini - 4 chiare montate a neve

Preparate la frolla impastando tutti gli ingredienti il minimo necessario a formare una palla omogenea e poi avvolgetela nel cellophane e mettetela a riposare in frigo per 30 minuti. Se volete usare lo strutto, come da tradizione, assicuratevi che sia di primissima qualità, altrimenti usate il burro. A casa mia lo strutto non si usa più da quando i coloni hanno smesso di portarcelo da Gragnano e, mentre all'inizio ne facevamo una tragedia, alla fine ci siamo abituati a farne a meno. 

Mentre la frolla riposa, occupatevi del grano che aggiungerete insieme agli altri ingredienti al latte già al bollore. Regolate la fiamma al minimo, coprite con un coperchio e fate cuocere dolcemente fin quando il liquido non si sarà assorbito del tutto. A questo punto tirate via le bucce di limone e mettete il grano a raffreddare in un piatto. 

Per la crema è essenziale che la ricotta sia setacciata in modo da essere perfettamente liscia, solo a questo punto aggiungerete lo zucchero e poi, dopo aver mescolato bene, i tuorli a uno a uno. Aggiungete tutti gli altri ingredienti, compreso il grano ormai freddo e, con molta delicatezza e mescolando dal basso verso l'alto, le chiare montate a neve. 

Dividete l'impasto in modo da lasciarne da parte un terzo, stendetene i due terzi in una sfoglia di 3 o 4 millimetri di spessore e rivestite una teglia (unta con lo strutto o imburrata, a secondo di quel che avete usato nell'impasto) di 25 cm di diametro (vanno benissimo quelle di alluminio un po' svasate). Versate all'interno il ripieno e poi stendete la frolla restante da cui ricaverete le strisce che disporrete sulla sommità della pastiera. 

Fate cuocere in forno già caldo a 160° per un'ora e un quarto. Chiaramente la cottura varia da forno a forno, per darvi un'ulteriore indicazione vi dirò che la pastiera deve risultare soda e asciutta per essere pronta. Fatela poi raffreddare nel forno aperto e, quando sarà tiepida, cospargetela di zucchero a velo. Dimenticatevela per tre giorni (a casa di mia nonna si sistemava sulla consolle del salotto, coperta da un canovaccio). Prima di servirla, domenica, se volete cospargetela nuovamente di zucchero a velo.

venerdì 30 marzo 2012

Tutti in cabina


Quando i genitori della Signorina Bobobò chiamano, io e il consorte accorriamo. 
È una regola che non conosce eccezioni.

I motivi sono vari. 
Primo, perché i genitori della Signorina Bobobò sono i genitori della Signorina Bobobò. 
Secondo, perché i genitori della Signorina Bobobò fanno parte della mia vita da quasi trent'anni (io e il suo papà frequentavamo lo stesso liceo e io e la sua mamma eravamo compagne di studio all'università). 
Terzo, perché il papà della Signorina Bobobò è l'altra metà del binomio fatale ipocondriaca-medico e lo è, poveretto, dal giorno stesso in cui si iscrisse alla facoltà di medicina.

Benché sia nefrologo - e i reni, guarda caso, sono l'unico organo che non mi abbia mai dato problemi - è stato da me consultato per attacchi di panico, insonnia, infarti ripetuti e persistenti (uno terribilissimo mi venne a Stromboli e durò due giorni), sfoghi cutanei con morfologie varie ma sicura appartenenza al ceppo dei melanomi maligni, aneurismi, sospetto alzheimer, sospetti esantemi infantili e unghie incarnite che certamente sarebbero evolute in una cancrena talmente devastante da richiedere l'amputazione dell'arto.
E non ha mai perso la pazienza.

Va da sé che quando un uomo così ti dice che ha bisogno del tuo aiuto, la possibilità di tirarsi indietro non viene minimamente contemplata. Neanche quando l'aiuto consiste nel montare tutti i mobili della cabina armadio della casa nuova.

I suddetti mobili erano stati acquistati dai coniugi Bobobò all'Ikea, in una simpatica spedizione del sabato pomeriggio che nelle loro intenzioni doveva essere una rapida incursione, ma che io e il consorte - grandi esperti di questo tipo di imprese - sapevamo si sarebbe trasformata in una maratona sfibrante.

Riemersi a fatica da quel gorgo fagocitante verso le otto di sera - giusto in tempo per raggiungerci in un bar del centro e tracannare un negroni con cui dimenticare il pomeriggio appena trascorso - i due ci avevano avvisato che tutti i colli sarebbero stati loro consegnati il giorno dopo intorno alle 14, quindi confidavano che, convocandoci per le 15, in serata avrebbero potuto considerare chiusa la faccenda. Poveri illusi!

Il consorte aveva provato a dir loro che noi per montare il nostro armadio eravamo stati all'opera dalle otto del mattino alle otto di sera di un dieci agosto che rimarrà indelebilmente tatuato nei nostri ricordi come uno dei più caldi di sempre, ma non c'era stato niente da fare. Il signor Bobobò, con lo stesso occhio spiritato di Gene Wilder, continuava a sostenere che l'impresa poteva essere portata a termine entro i tempi da lui prefissati.

Così, armati di buone intenzioni e santa pazienza, la domenica all'ora concordata ci siamo presentati a casa Bobobò per trovarci di colpo catapultati in una succursale degli scavi di Pompei. Nonostante avessero ufficiosamente traslocato da qualche giorno, ufficialmente i poveri coniugi si erano ritrovati sommersi di scatoloni in una casa palesemente non finita in cui ogni singolo centimetro quadrato era ricoperto da una tale coltre di polvere, che per capire di che materiale fossero i pavimenti bisognava ricorrere all'intervento di un archeologo.

I poveretti erano talmente avviliti che né io né il consorte ce la siamo sentita di demoralizzarli ulteriormente con le nostre previsioni, ma sottovoce, quando eravamo certi che non ci sentissero, continuavamo a ripeterci che non ce l'avremmo mai fatta.

Innanzitutto il vano della cabina armadio era palesemente piccolo mentre i mobili che dovevano entrarci erano palesemente troppi, se a questo si aggiunge che io ho di mio un ingombro non trascurabile e che il signor Bobobò non ha notizie del suo punto vita da almeno vent'anni, ci si renderà conto di quanto fosse ardita l'impresa che eravamo in procinto di intraprendere.

Stipati nel piccolo locale deputato a contenere gli armadi, stavamo più stretti che in un autobus nell'ora di punta ed era tutto un urtarsi, pestarsi i piedi, far strusciare le varie parti dei mobili contro i muri appena imbiancati, e a me venivano in mente l'immancabile Corie e la sua ostinazione nel cercare di spacciare al povero Paul uno sgabuzzino per una camera da letto matrimoniale.

Ciliegina sulla torta, la signora Bobobò che, legittimamente esasperata dalla situazione generale, palesemente negata per il bricolage, estranea al mondo Ikea come io lo sono a quello delle top model, continuava a strepitare ordini su cosa fare (secondo la regola d'oro che chi non sa fare insegna) e a lamentarsi del fatto che non trovava più quell'aggeggino per avvitare... com'è che si chiamava? La RUCOLA!

Inutile dire che alle dieci di sera non eravamo neanche a metà dell'opera, ma in compenso a me e alla signora Bobobò era venuto il mal di schiena, il consorte si era martellato su tutte le dita della mano sinistra mentre inchiodava i fondi degli armadi, e il signor Bobobò si era incastrato un paio di volte fra l'armadio appena montato e la parete, rischiando di rimanere intrappolato nella fantomatica cabina vita natural durante.

Il giorno seguente grande happening a casa Bobobò subito dopo l'orario di lavoro dove, sebbene sfiniti, con l'ausilio di un paio di birrette siamo riusciti a ultimare il montaggio fingendo di non accorgerci che le ante erano sbilenche, i battiscopa un po' rientranti e le mensole decisamente troppo ravvicinate. Dopotutto il bello delle cabine armadio è che si può chiudere la porta e lasciarsi alle spalle tutto il casino che contengono.

Peccato che in quel caso la porta non fosse prevista.
Non credo che i signori Bobobò siano rimasti molto soddisfatti.  


TARTE SAUMON ÉPINARD
per una teglia da crostata di 23 cm di diametro

Per la pasta brisée:
250 g di farina
150 g di burro
1 uovo
1 cucchiaio di latte freddo
1 pizzico di sale

Per il ripieno:
250 g di spinaci (pesati già lessati e strizzati)
200 g di filetto di salmone
100 g di salmone affumicato
2 scalogni
1 noce di burro
1 uovo intero e 2 tuorli
200 ml di panna fresca
sale e pepe bianco



In una casa dove non si sa che fine abbia fatto il fornello, figuriamoci pentole e piatti, l'unico modo di sopravvivere è trasformare ogni pasto in un picnic, con pietanze che possano essere preparate altrove, e consumate poi anche fredde con l'unico ausilio delle mani. Questa tarte, di cui io e il consorte ci siamo innamorati dopo averne comprate due fette da un panettiere dell'Île Saint Louis, è poi talmente buona e raffinata, che ne basta un morso per dimenticare il luogo in cui ci si trova e sentirsi come d'incanto protagonisti del più sensuale dei dejeuner sur l'herbe.


Come sempre io sono dell'idea che quanto più ci si può agevolare il lavoro meglio è, perciò bando ai sensi di colpa e preparate la brisée schiaffando bellamente tutti gli ingredienti nel mixer che farete poi andare a intermittenza fino a quando non si sarà formata una massa compatta. Lavorate quindi l'impasto a mano per una trentina di secondi, avvolgetelo in un pezzo di cellophane e mettetelo a riposare in frigo per mezz'ora.

Nel frattempo preparate il ripieno tritando finemente gli scalogni e facendoli rosolare in una padella con la noce di burro. Aggiungete gli spinaci tritati al coltello, fateli saltare per un paio di minuti, aggiustateli di sale e pepe e teneteli da parte. Tagliate il filetto di salmone a cubetti di un paio di centimetri di lato e il salmone affumicato a striscioline, e in ultimo sbattete l'uovo e i tuorli con la panna e un bel pizzico di sale.

Recuperate la pasta brisée dal frigo, tagliatene i due terzi, stendeteli e rivestite lo stampo da crostata lasciando che la pasta fuoriesca dai bordi di un paio di centimetri. Disponete sul fondo della teglia i cubetti di salmone e le striscioline di salmone affumicato, ricopriteli con gli spinaci e versateci sopra le uova e la panna. Stendete la brisée rimanente in un disco di 25 centimetri di diametro con cui ricoprirete il ripieno. Sigillate infine i bordi pizzicandoli l'uno con l'altro e arrotolandoli appena su sé stessi. Cuocete in forno preriscaldato a 180° per 35/40 minuti.

Se siete a casa, mangiate la tarte quando è ancora tiepida altrimenti... godetevi il picnic!

sabato 24 marzo 2012

Allarme rosso


Sono reduce da una conversazione surreale con la mia amica Circe (indefessa commentatrice di questo blog) che vive a più di mille chilometri da dove vivo io e da almeno un anno è sprovvista di una linea telefonica fissa a causa di una controversia con fastweb di cui io, ma scommetto anche lei, continuo a capire ben poco. 

La consapevolezza di avere una naturale propensione alla chiacchiera ci induce a essere prudenti e a ridurre al minimo l'uso del cellulare così, pur di parlarci, ritorniamo entrambe adolescenti - il che non è male visto che abbiamo superato i quaranta - e ci ritroviamo a scroccare telefonate in giro ogni volta che se ne presenta l'occasione.

L'occasione non si è presentata per un bel po', perciò stasera siamo passate al piano B, ovvero la chiamata su skype (ma senza video perché lei, non avendo linea fissa, non ha neanche una connessione decente e si affida a una chiavetta farlocca che viaggia alla velocità di un bradipo narcotizzato). 

Siamo state particolarmente fortunate e quindi, oltre a non vederci, stasera non ci sentivamo neanche, ma a sprazzi, con un discreto delay e una spaventosa eco che rendeva il tutto più minaccioso, io percepivo le sue urla: "Ma perché non aggiorni il blog? Ti sei stufata? Eh, ti sei stufata?".

ALLARME ROSSO! Se lei, che mi conosce meglio delle sue tasche, pensa che possa essermi stufata, cosa penserete voi, che mi conoscete da così poco, di questa mia prolungata latitanza? Nonostante stessi andando a dormire, ho deciso di correre subito ai ripari e darvi mie notizie di modo da tranquillizzare sia voi che la cara Circe.

Che questo blog abbia un ritmo lento in contrapposizione a quello frenetico del mio lavoro, ormai l'avrete capito tutti, ma cinque settimane senza che venga pubblicata neanche una riga possono far sorgere qualche perplessità. Non temete, non mi sono stufata. Mi sono ammalata. 

L'untore è stato - come forse immaginerete - il consorte. Colpito da un blando virus intestinale che gli ha procurato una modesta alterazione della temperatura, una seduta extra in bagno e dopo ventiquattrore era bello e che andato, il prode è riuscito a modificare geneticamente il suddetto e passarmelo in una forma molto molto più cattiva. 

Il suo 37 e mezzo latente è diventato il mio 39 inamovibile, la sua seduta extra in bagno è diventata per me una lunghissima e ininterrotta permanenza e - che premura da parte sua! - il consorte mi ha fornita anche di una simpatica collezione di malesseri secondari che lui non aveva avuto affatto: nausea, capogiri, dolori articolari, mal di testa e, vai a capire perché, un occhio gonfio.

Fortunatamente il peggio è passato e prometto che cercherò di recuperare il tempo perduto, nel frattempo - e prima che sia troppo tardi - eccovi una ricetta veloce, sana e dietetica, da realizzare prima che la primavera cominci a inoltrarsi troppo.


VELLUTATA DI CAVOLFIORE
Se siete a dieta, mangiatela tutta voi senza dividerla con nessuno. Potete farlo.

1 cavolfiore
3 foglie di alloro
sale e pepe
1 frullatore a immersione

No, non è un refuso, il frullatore a immersione compare fra gli ingredienti perché è essenziale per questa ricetta almeno quanto il cavolfiore, perciò se non ce l'avete desistete subito. A parte questo, credo che chiunque riuscirebbe a portare a casa un buon risultato, anche se preparasse questa vellutata con il piede sinistro.

Riempite una pentola d'acqua fredda e immergetevi il cavolfiore con le foglie d'alloro. Portate a bollore e lasciate cuocere finché il cavolfiore non sarà ben mordido, anzi quasi sfatto. A questo punto trasferitelo in un'altra pentola, rompetelo un po' con una forchetta e poi cominciate a lavorarlo con il frullatore a immersione, aggiungendo a filo l'acqua di cottura. Quando avrete raggiunto la consistenza che più vi aggrada, salate e pepate.

Et voilà, il gioco è fatto.